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cultura

"Tredici", la serie TV che spopola e spoglia il monaco. L'opinione

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9 minuti di lettura

“Tredici” è la storia dell’abito che fa il monaco. E di chi non sa rinunciare a quel maledetto tessuto che lo ricopre, a quell’uniforme che a volte si autoimpone e altre volte viene imposta dalla società. Il telefilm racconta la storia di Hannah Baker, una ragazza che si toglie la vita, lasciando tredici cassette nelle quali racconta le ragioni che l’hanno spinta a suicidarsi. La narrazione, affidata alla voce fuori campo di Hannah, ruota attorno a Clay Jensen (che riceve una scatola con i nastri registrati dalla ragazza), il tipico ragazzo impacciato e innamorato, nel quale chiunque potrebbe immedesimarsi. Clay inizia ad avere incubi, allucinazioni e ansia: decide, infatti, di affrontare le persone che hanno voltato le spalle alla sua amica, che non hanno saputo ascoltare la sua solitudine. Compreso sé stesso.

Hannah è vittima di una serie di circostanze di bullismo, perfettamente (e tragicamente) inserite nella quotidianità della vita scolastica. Il liceo non mostra alcuna compassione, non c’è umanità. Non c’è nei compagni di Hannah, che non comprendono le difficoltà della giovane, e non c’è nemmeno nel preside della scuola, che tratta i genitori della ragazza scomparsa come avversari processuali, a causa dell’indagine in corso. “Tredici”, lentamente, sceglie di spogliare il monaco dal suo abito, indumento dopo indumento: nulla è come appare.

“Tredici”, ispirato al romanzo di Jay Asher, ha spopolato incredibilmente tra i giovani. Affronta il bullismo, la depressione, i pregiudizi e la violenza sessuale, invitando – o almeno, provando ad invitare – a diffidare delle apparenze. Non per tutti, infatti, la serie tv è riuscita a tracciare un quadro serio e impegnativo della questione, anzi, qualcuno ritiene che abbia banalizzato il disagio agli occhi degli adolescenti, influenzandoli negativamente e rischiando di spingerli al suicidio, per scappare dalle difficoltà della vita. Non è pienamente d’accordo con queste critiche Barbara Belzini, che attualmente collabora con la pagina Cultura e Spettacoli di Libertà, dopo aver iniziato a scrivere di cinema su Piacenza Sera. ECCO LA SUA OPINIONE.

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“Tredici” sta letteralmente spopolando. Cosa piace così tanto di questa serie?

«Il cinema di questi anni è praticamente solo per gli adolescenti, dalle saghe come Twilight o Hunger Games all’invasione dei supereroi, al cinema d’azione organizzato in franchise con le uscite programmate per i prossimi anni (che ansia mi mette tutta questa conoscibilità del futuro), rigorosamente senza scene eccessivamente violente, senza sangue, tutto edulcorato per evitare il “divieto ai”, per non avere problemi con la distribuzione (e con gli investimenti relativi, ça va sans dire). Le serie oggi hanno più margine di azione, come in questo caso: metti un avviso prima della puntata e finisce lì. Il teen drama è un mondo molto denso da esplorare, soprattutto, come nel caso di Tredici, quando non rimane in superficie, ma prova a confrontarsi seriamente con il disagio vero». Se a questo aggiungi il mistero da scoprire progressivamente, hai il materiale adatto per renderla un prodotto interessante.

Cosa ti ha spinto a seguire le puntate?

«La curiosità. Ne parlavano tutti in rete. Questa è una cosa che adoro del mondo social: se selezioni bene i tuoi contatti, ti puoi creare una community di persone che commentano film, libri, dischi, serie tv, consumi culturali che potenzialmente sono analogamente interessanti per te. Il tempo si spende istintivamente, soprattutto in una cosa privata come la visione on line, della quale puoi gestire tempi e spazi. Se non ho smesso di guardarla, ne valeva la pena. Tempo fa per lo stesso motivo ho guardato The O.A. che, ad esempio, non è particolarmente nelle mie corde, è un’esperienza che ti chiede di credere in qualcosa di soprannaturale che non ha niente a che fare con l’horror (al quale credo ciecamente). Ma l’ho guardata comunque, perché è giusto ogni tanto anche confrontarsi con qualcosa che non ti appartiene del tutto. Accumulare visioni è come accumulare libri, ovvero storie. E i diversi modi di raccontarle».

Come giudichi i personaggi? Ci sono un po’ tutti: il bullo, la cheerleader, il secchione, il ragazzo impacciato e quello popolare.

«I due protagonisti Hannah e Clay sono perfetti. Mi è piaciuta la rappresentazione del mondo adolescenziale, anche negli schematismi, perché l’adolescenza di fatto è un sistema di schemi. A volte ce lo dimentichiamo. È una contraddizione continua tra la necessità dell’appartenenza al gruppo (e quindi dell’aderenza alle opinioni ed ai comportamenti del gruppo), il bisogno di essere accettati (e quindi in un certo senso di rendersi invisibili) e la voglia di sentirsi diversi, speciali. Quello che è giusto per il gruppo non è mai quello che va bene ai tuoi genitori. È difficile trovare un equilibrio. È facilissimo prendere una decisione sbagliata. Se ricordo bene, in IT di Stephen King (che a parte il mostro che vive sotto la città è prima di tutto un grande libro sull’adolescenza – pochi come King sanno raccontare l’adolescenza – e sul bullismo), uno dei protagonisti, Bill Denbrough, lo scrittore, l’alter ego di King, gira con una bici e rischia la morte. Costantemente. Pieno di dolore pedala come un pazzo per la città incurante del fatto che ad ogni incrocio potrebbe essere investito. Come fa Clay nella serie. Mi piace anche che nessuno sia totalmente buono o cattivo (no, qualcuno totalmente cattivo c’è): Alex, il mio preferito, il pathetic loser con il poster dei Joy Division in camera si immerge in un percorso di sofferenza e punizione, si fa picchiare addirittura, abbandona il branco e torna ad essere l’emarginato che era. Sheri la cheerleader cerca di farsi perdonare aiutando altre persone solo tangenzialmente coinvolte negli avvenimenti perché non ha abbastanza coraggio per aiutare quelli che davvero ne avrebbero bisogno. Ci sono degli abbastanza buoni, e dei meno cattivi».

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Le scene crude sono poche, ma forti: pensiamo agli stupri o alla lametta che perfora la pelle di Hannah, nel bagno di sangue. Sono contestualizzate correttamente nella trama o stridono?

«Dato l’assunto di partenza, un libro Young Adult particolarmente doloroso (peraltro superpremiato, e non credo per la qualità della scrittura), non mi sono sembrate eccessive. Dietro questa serie c’è l’intenzione precisa di affrontare certi temi, sottolineata dal documentario finale dopo l’ultima puntata, quando gli autori, i registi e i produttori parlano di Tredici. C’è un intento di sensibilizzazione nei confronti di alcuni fenomeni oggettivamente preoccupanti. Edulcorare il tutto avrebbe reso il messaggio meno potente, avrebbe fatto parlare meno, e l’obiettivo era tutto l’opposto».

In America, “Tredici” ha subito diverse accuse. Anzitutto, per aver “banalizzato” il fenomeno del bullismo, ritraendolo nello “stereotipo qualunque” delle serie americane. Sei d’accordo? 

«Non direi: l’ambientazione high school è un classico del cinema americano che ha trovato il suo miglior rappresentante in quel grande maestro che era John Hughes: da “Sixteen candles” a “Breakfast Club” a “Una pazza giornata di vacanza Hughes” ha creato un genere, ha parlato a quella generazione di adolescenti, così come “Tredici” vuole parlare a questa utilizzando un mezzo riconoscibile, immediato e popolare. Intendiamoci, “Tredici” non è una serie con una scrittura particolarmente raffinata, ma non vuole esserlo. Ha un’urgenza diversa, dichiarata: vuole parlare appositamente del bullismo nelle scuole, di come sia difficile essere “qualcuno”, che sia ragazza, ragazzo, gay, lesbica, negli anni dell’adolescenza, di quanto poco basti per distruggere una personalità in costruzione.  Stereotipato per me significa risolvere un problema fondamentale nell’arco di una puntata o due solo grazie a quattro chiacchiere al momento giusto e ad un abbraccio, che mi sembra abbastanza lontano da quello che abbiamo la possibilità di vedere adesso. Stereotipate sono quelle serie come Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, The O.C, tutta roba che vira verso la soap piuttosto che verso una rappresentazione cruda del disagio giovanile. Esistono invece diverse serie tv molto belle ambientate in una scuola superiore. Leggevo in questi giorni di “My so called life”, una serie che in tanti hanno collegato a Tredici per le tematiche affrontate, mai trasmessa in Italia e chiusa dopo solo una stagione perché probabilmente era troppo avanti per i suoi tempi, visto che è del 1995».

Un’altra critica mossa è quella relativa alla raffigurazione del suicidio: pare che per Hannah non vi siano alternative, se non togliersi la vita. È davvero questo il messaggio che arriva da “Tredici” e, secondo te, è un segnale pericoloso per gli adolescenti?

«Non ho nessuna competenza per parlare di questo, e, all’opposto, in rete c’è già un partito del “facciamo vedere Tredici nelle scuole”. In ogni caso, dal punto di vista dello spettatore, il dolore che Hannah si lascia alle spalle dopo il suo gesto è evidente, nei genitori, nella madre soprattutto, questa splendida Kate Walsh straziante, che si fatica a guardare, per pudore della sua sofferenza inimmaginabile, e nei ragazzi, Clay, Alex, Sheri, che scelgono di smettere di fare finta di niente e di affrontare, con mezzi diversi, il mostro che li sta divorando. Mi pare invece che nella serie si parli molto della valanga, dell’effetto farfalla, del caso. Jessica avrebbe potuto salvare Hannah, Hannah avrebbe potuto salvare Jessica, Clay avrebbe potuto salvare Hannah, si potrebbe andare avanti all’infinito. Hannah soffre ma a sua volta ferisce qualcun altro. Che cos’ha Jessica di diverso rispetto ad Hannah? E’ ancora viva. Ma il suo bagaglio di dolore nascosto dietro l’alcolismo e i suoi atteggiamenti devianti e potenzialmente pericolosi sono evidenti. Il suicidio di Hannah e quello che ne consegue, paradossalmente “salvano”, con tutti i danni che comunque ne riporterà, Jessica da una vita di solitudine e dipendenze. Come in ogni tragedia che si rispetti, “Tredici” vive di non detto. Una cosa profondamente vera è che Hannah non parla delle molestie che riceve perché si sente in colpa. Questo è un vero problema, capace di innescare conseguenze gravi. Il senso di colpa per qualcosa che ti è stato fatto, per qualcosa che hai subito, è frutto del clima sociale. Questo è il paradosso, subire una violenza e sapere che intorno a te non c’è un sistema accogliente a proteggerti, ma una morale imbecille pronta a giudicarti. Questo è il clima da smantellare, lo sappiamo tutti».

Thomas Trenchi

Creatore e gestore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Collabora con il quotidiano Libertà e l'emittente Telelibertà. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Regista del documentario amatoriale "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), curatore della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018).