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cultura

«Nominare il nuovo Garante dei detenuti alle Novate». Gromi e Albinati dialogano sul carcere

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«Sono stato Garante dei diritti dei detenuti alle Novate per otto anni. Tecnicamente sarei dovuto decadere con il cambio d’amministrazione fino a una nuova nomina. Ma ho dato le mie dimissioni anticipatamente, perché sono stato accusato di essere legato alla poltrona, anche se questa figura non dà alcun beneficio economico. Ho lasciato l’incarico. Spero che il Comune scelga quanto prima un altro responsabile». La sollecitazione del prof. Alberto Gromi è arrivata – forse a malincuore – ieri durante l’incontro “Piacenza e il carcere”, nella cornice della fiera dell’editoria “Il Libro Giusto”, davanti a centocinquanta studenti delle scuole superiori.

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Da sinistra: Alberto Gromi, Carla Chiappini ed Edoardo Albinati

Nell’occasione, Gromi si è confrontato con Edoardo Albinati, scrittore e insegnante nel penitenziario di Rebibbia dal 1994, sulla tematica “Insegnare in carcere? Aspettative, successi e delusioni”. I due hanno riflettuto a trecentosessanta gradi sulle prospettive e sugli ostacoli della scuola all’interno della struttura carceraria, ricomponendo le esperienze vissute in prima persona. L’incontro – che ha catturato magneticamente l’attenzione delle classi – è stato moderato da Gabriele Dadati. «Quante volte sui giornali, accanto a un fatto di cronaca grave, troviamo la parola “mostro”? Non esistono i mostri, ma solo persone che sbagliano. Perciò il carcere deve basarsi sul recupero, sulla riflessione e sull’educazione. Lo sbaglio non è qualcosa estraneo a noi, ma un momento al quale chiunque può andare incontro». Così Dadati ha introdotto l’appuntamento, dando la parola a Gromi e Albinati.


«Sfatiamo la mitologia dell’insegnante carcerario dotato di coraggio e resistenza, catapultato nell’inferno», ha esordito Albinati. «I veri eroi, invece, sono i professori delle scuole normali, che devono affrontare gruppi di trenta adolescenti e fare i conti coi loro genitori. Io mi affaccio a un piccolo mondo di detenuti, che sono certamente dei delinquenti, ma perlomeno non devo aver a che fare con le loro famiglie e le loro lamentele permanenti o con i cellulari. È bello anche confrontarsi con persone più vecchie, più esperte, provenienti da culture ed etnie diverse. Ho avuto studenti reclusi in galera da vent’anni, una quantità di tempo incalcolabile e inimmaginabile per un individuo libero. Quando qualcuno viene arrestato, pare davvero che la sua esistenza venga sospesa. Tutte queste ragioni rendono l’insegnamento in carcere diverso e al tempo stesso simile a quello ordinario. Nella classe che si forma vi sono gli stessi ruoli del mondo esterno: il secchione, la vittima di un bullo, il leccaculo e il testardo… Ciò che conta davvero è trasmettere il valore delle regole attraverso le materie, dimostrando che la società, la letteratura, la chimica o la fisica sono governate da norme specifiche. La devianza dei reclusi, che spesso hanno una totale mentalità criminale, è causata dalla scarsa percezione dell’importanza della legalità, dal pensiero di poter trovare una strada meno faticosa e più breve».

Gromi, che nel periodo da Garante alle Novate poteva effettuare colloqui con i detenuti e visitare gli istituti penitenziari, ha evidenziato un problema: «I Garanti sono sentinelle senza poteri. Risulta difficile, pertanto, assicurare l’autorevolezza necessaria per salvaguardare i diritti dei carcerati ed evitare anomalie nella loro vita». Anche in qualità di ex dirigente scolastico, «ho prestato particolare riguardo alla scuola in carcere, tanto da essere accusato di voler fare il preside alle Novate. È fondamentale avere la capacità di passare dall’individuale all’universale, di rendere anche solo una lezione di acquarello un tassello per la rieducazione. In carcere il 98% dei ragazzi ha bisogni educativi speciali, perciò tutte le iniziative dovrebbero essere personalizzate. Non sempre è così. Prima dell’apprendimento bisogna pensare alla formazione culturale di base. Un altro grave errore è quello di non prevedere l’insegnamento dell’educazione fisica, proprio laddove mobilità e gestione della violenza hanno la necessità di essere indirizzate. L’anno scorso alle Novate abbiamo ottenuto miracolosamente 6 ore di ginnastica. Poi, però, non siamo più riusciti a reintrodurre questa materia. La scuola in carcere è sottoposta alla normativa ordinaria, per cui subisce numerosi tagli: a Piacenza servirebbero quindici classi, ma ne sono presenti solo cinque».

Thomas Trenchi

Classe 1998, è giornalista pubblicista. Collabora con il quotidiano Libertà e l'emittente televisiva Telelibertà. Ideatore e gestore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Creatore del documentario amatoriale "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), responsabile della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018). Per Telelibertà, ha curato lo speciale "I piacentini di Londra" per raccontare il fenomeno dell'emigrazione dei piacentini in Inghilterra nel secondo dopoguerra, con immagini, testi e interviste realizzate durante la festa della comunità piacentina nella capitale britannica dal 17 al 19 maggio 2019.