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Da Ponte dell’Olio al trono di Las Vegas, Mara Borella vince sul ring della UFC

Intervista a Mara Borella, la prima italiana ad aver vinto sul ring della UFC, l’organizzazione internazionale di arti marziali miste. Nata a Ponte dell’Olio, porta sempre nel cuore Piacenza.

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Il tricolore italiano torna a splendere nel panorama dello sport mondiale grazie al risultato conseguito da un’atleta piacentina: Mara Borella, nata trentun anni fa a Ponte dell’Olio. Lo scorso week end, infatti, ha trionfato tra le stelle internazionali della UFC, l’organizzazione di arti marziali miste statunitense capofila a livello globale, sconfiggendo la campionessa brasiliana Kalindra Faria nella vetrina principale della competizione. Quello di Mara Borella è stato un esordio che ha fatto la storia, diventando la prima donna a difendere i colori azzurri in questo prestigioso ring a forma ottagonale. Il match è stato seguito da almeno 300 milioni di spettatori e appassionati, che hanno osservato a bocca aperta la piacentina mentre immobilizzava rapidamente l’avversaria, costringendola ad arrendersi per sottomissione dopo appena 2 minuti e 54 secondi del primo round. Il risultato ha lasciato senza parole anche i commentatori e gli addetti ai lavori.

Dopo il trionfo, la Borella non ha smesso di allenarsi. Raggiungerla telefonicamente in Florida, tra il fuso orario e gli impegni sportivi, è stato complicato. Ma con grande disponibilitàquella che non mette sul ring, dove invece “divora” come una guerriera i rivali – si è ritagliata un po’ di tempo durante una cena a ristorante con alcuni parenti, intervallando l’intervista con le ordinazioni al cameriere.

All’ultimo momento hai sostituito un’altra atleta, esclusa perché nel 2016 avrebbe fatto uso di diuretici. Hai affrontato un’avversaria esperta, con pochissimo preavviso. Quali emozioni hai provato?

«È stato fantastico, estremamente veloce e improvviso. Ho avvertito un’emozione dopo l’altra. Una settimana prima del match, mi hanno chiesto la disponibilità a sostituire Andrea Lee: ho accettato subito. È ancora un mondo nuovo per me, non me ne rendo conto».

Prima della gara, credevi davvero di ottenere un risultato così importante?

«Ti dico la verità: sono rimasta sorpresa da me stessa. Fino allo stop dell’arbitro non mi capacitavo della situazione, del traguardo appena varcato».

Cosa si dice negli Stati Uniti della tua prestazione?

«Ho stupito diversi tecnici e tifosi. Tutti concordano sul fatto che abbia intrapreso l’incontro nel migliore dei modi».

E da Piacenza hai ricevuto qualche complimento?

«Tantissimi. Gli amici, i concittadini e i sostenitori mi hanno inviato diversi messaggi, orgogliosi che sia stata la prima donna a lottare nel circuito UFC».

Hai in programma un ritorno in città?

«Sì, nelle prossime settimane voglio trascorrere qualche giorno in Italia. Mi sto organizzando».

Qual è il tuo rapporto con il nostro territorio?

«Ho un ottimo ricordo. Sono nata a Ponte dell’Olio, ma ho trascorso l’infanzia in Honduras, il paese dal quale proviene mia mamma. Poi sono tornata in città, trasferendomi con mio fratello nel quartiere Belvedere. Cinque anni fa sono andata a Brescia, per allenarmi in una palestra specializzata in arti marziali.  Tutt’ora la mia famiglia si trova a Piacenza, torno spesso a trovarla».

Come ti sei avvicinata alle arti marziali miste?

«Ho cominciato a praticare judo dall’età di tre anni. Cinque anni fa, un mio amico mi ha invitato al palazzetto di Piacenza ad assistere a una gara dilettantistica di MMA. Mi ha esortata a provare e ho accettato, probabilmente all’inizio per gioco».

In cosa consiste normalmente il tuo allenamento?

«Da aprile faccio parte dell’American Top Team, una delle più importanti squadre di arti marziali miste. Mi esercito dalle 10 di mattina fino al tardo pomeriggio, alternando varie tecniche di combattimento a seconda del match in programma. Occorre anche una preparazione mentale intensa, mi assistono due mental coach. Si tratta del mio mestiere, devo essere assolutamente concentrata».

Ovviamente sembra uno sport pericoloso. Lo confermi?

«Sì, è rischioso come tutti gli sport: boxe, kick boxing o judo. In più il tipo di guantoni – sottili e con una presa elevata – aumenta il pericolo. A dire il vero, però, non mi sono mai infortunata o fratturata una parte del corpo. Per ora…».

Si dice che stai regalando all’Italia notorietà in uno sport in cui non è mai stata forte. È vero? 

«No, ci sono altre due personalità di spicco nel comparto maschile: Marvin Vettori e Alessio di Chirico. In passato hanno gareggiato anche Alessio Sakara e Ivan Serati. Tuttavia, ciò che manca è la cultura legata alle arti marziali miste: scarseggiano le palestre, le strutture apposite, la conoscenza e l’interesse degli spettatori».

Thomas Trenchi