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cultura

Valerio Airò: «Sono condannato a far ridere. Non fatemi finire sotto a un ponte»

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11 minuti di lettura

Quando ho sentito parlare di stand-up comedian a Piacenza mi sono detto: ma dai, i piacentini non hanno una grande ironia, chissà che tristezza. Poi, ascoltandoli, mi sono dovuto ricredere. Perché la stand-up comedy non è la classica comicità da avanspettacolo a cui siamo abituati in Italia. E’ un modo corrosivo di guardarsi dentro e di ridere per non piangere, che però riesce a farci riflettere su qualsiasi tema. L’unica regola? Non ci sono regole. O meglio, nessun tema, all’apparenza, è tabù.

Tra coloro che rappresentano la scena locale, quello che si sta mettendo maggiormente in luce è Valerio Airò, 25 anni, e un destino segnato: «Nella vita non so fare altro». Ci abbiamo scambiato due chiacchiere e abbiamo scoperto che un comico è «qualcuno che qualche problema ce l’ha», aggiungendo però la capacità di esorcizzare molte delle ipocrisie nelle quali siamo immersi.

Valerio, la stand-up comedy sembra proprio la chiave giusta per esprimere il carattere apparentemente chiuso e brontolone dei piacentini. Che ne pensi? 

«Siamo una città che vive da paese, molto vicina a tutti i divertimenti, ma con l’obbligo di spostarsi per divertirsi, a parte rari eventi. Di conseguenza il piacentino medio che conosco io ha proprio quella dose giusta di nichilismo e disincanto, che ben si sposa con la comicità che sta emergendo adesso. Siamo anche stati nominati “città più triste d’Italia”, per cui siamo abituati nella vita di tutti i giorni a fare della rassegnata ironia. In questo senso il miglior esempio per capire l’ironia del piacentino secondo me è la curva del Piacenza Calcio, che alle tifoserie avversarie che intonano il coro “piacentino pezzo di merda” replicano con “piacentino pezzo di merda”».

Facciamo un passo indietro. Hai frequentato la società filodrammatica e il corso di recitazione di Paolo Grassi. All’inizio volevi fare teatro, oppure è stato un modo per avere delle basi?

«Scusami, ma questa la prendo lunga. Io ho sempre avuto passione per la comicità, probabilmente perché sono sempre stato buffo come aspetto fisico e voce e perché a scuola, non sapendo socializzare, cercavo di inventarmi gag per fare ridere i compagni e non essere completamente emarginato. A 16 anni circa ho visto su Youtube il monologo di George Carlin sulla religione, sottotitolato dai mitici di Comedy subs, ora Comedy bay, e da lì è stato amore per la stand up. A 17 anni ho calcato per la prima volta un palco, portando un pezzo a una trasmissione di Telelibertà che si ispirava alla Corrida. Non andò bene. Di conseguenza ho deciso poi di iscrivermi alla Filodrammatica per farmi delle basi. Grazie anche a ottimi insegnanti come Fabio Marchisio e Mariangela Granelli, il teatro ha avuto per un certo periodo di tempo il sopravvento sulla mia “vocazione” di comico, seppur i miei ruoli negli spettacoli fossero sempre personaggi divertenti. Sono poi passato al propedeutico della Grassi e infine a una scuola di Milano che si chiama Proxima Res. Quest’ultima è stata l’esperienza più intensa e anche quella che mi ha fatto capire che mi piace fare teatro ma tendenzialmente non mi piace chi fa teatro. Parlo di chi lo fa per professione o ispira a farlo, a un certo punto in molti iniziano a prendersi troppo sul serio, e i gruppi iniziano a ragionare con un’unica testa come se fosse una setta. Per cui, a metà del secondo anno ho mollato e ho iniziato a fare stand up. Nel mezzo, però, c’è stato davvero un periodo in cui volevo fare l’attore professionista, ho provato due anni le accademie ma non mi hanno preso, perché effettivamente i miei difetti di pronuncia e il mio essere “particolare” non mi permettono di essere un attore a 360 gradi. E sono troppo pigro per lavorare a limare quei difetti».

Ma questi corsi sono serviti a qualcosa, oppure il percorso di un comico può essere diverso?

«Sono contento di averli fatti, ho una consapevolezza sul palco che non avrei avuto senza il teatro. Al tempo stesso, credo che il guizzo comico sia un istinto, o comunque derivi da una visione del mondo particolare. L’importante secondo me è riuscire a riconoscere di avere un talento e cercare di coltivarlo al meglio. Un corso di teatro, comunque, lo consiglio a chiunque voglia calcare il palco, ma bisogna avere autonomia sui pensieri. Io ho fatto anche diversi workshop di scrittura, ho letto libri e visto montagne di ore di stand up comedy. Alla fine il percorso deve essere tuo, devi saper prendere quello che ti serve».

Come il giornalismo, anche la comicità non è certo un settore che oggi permette di avere una stabilità economica. Soprattutto all’inizio. Ci hai mai pensato o è ancora presto? 

«Ci penso sì! Per il momento sono fortunato che posso continuare a fare il mantenuto. Ma io nella vita non so davvero fare niente, so solo fare questo, per cui se non riuscirò ad avere una stabilità economica mi attenderà un futuro sotto i ponti. E non è uno scherzo. Però nell’ambito comico punto su più carte, oltre quella della stand up comedy: a breve uscirà al cinema il film del Terzo Segreto di Satira “Si muore tutti democristiani” in cui ho un piccolo ruolo, continuo a fare provini e ho qualche sceneggiatura nel cassetto che mi piacerebbe riuscire a girare sul web come protagonista».

Con i primi soldi che hai guadagnato con i tuoi spettacoli cosa ci hai fatto?

«Davvero, parlare di soldi è un parolone. Diciamo che la prima somma grossa che ho avuto a disposizione l’ho spesa in un tv 43 pollici da mettere in camera. Alla prossima ci compro la Play4. Sono un viziato, lo so».

Non si guadagnerà tanto, ma almeno con le ragazze va meglio?

(ride) «Un po’ sì, ma anche perché fare peggio di prima era difficile. Però non a Piacenza. Anzi, ti dirò, a Piacenza conto un paio di ragazze che venivano a vedere le serate che facevo al Baciccia e che da quando mi sono approcciato hanno smesso di seguirle».

Giorgio Montanini, se non sbaglio, è stato il primo qualche anno fa in Italia a sdoganare la stand-up comedy. Lo segui? E nel nostro paese hai altri modelli?

«Montanini è stato il primo a portarla in tv e avere un discreto successo, ma per me i veri “sdoganatori” della stand up sono Comedy subs e Comedy bay, senza di loro io non avrei mai conosciuto questo genere. Poi, live, il primo è stato Filippo Giardina a utilizzare il termine “stand up comedy” per quello che faceva creando il gruppo Satiriasi, di cui faceva parte anche Montanini. Lui comunque lo seguo, è chiaramente un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono fare stand up comedy, ma sinceramente apprezzo di più Giardina. Hanno tutti e due un modo di fare a cui io per caratteristiche mie non posso rifarmi troppo, puntano molto sulla polemica e la provocazione diretta. Giardina però è più “cazzone”, mentre Montanini soprattutto nell’ultimo anno è troppo “maestro” per i miei gusti. In questo momento comunque sto riguardando molto Paolo Rossi, mi piace molto il suo modo di narrare e dire anche cose pesanti ma rimanendo comunque surreale e “leggero”. Molti mi paragonano a Maurizio Milani, che mi piace, ma non è un mio modello. Però lui è di Codogno, quindi il senso dell’umorismo che ho è effettivamente, per ragioni geografiche, forse, simile al suo. Una parte importante nel mio percorso l’ha sicuramente avuta Dado Tedeschi, vero veterano e il perfetto punto d’incontro fra cabaret e stand up. Mi ha dato le prime serate pagate, e tutt’ora quando mi vede esibirmi, ha sempre consigli preziosi».

Montanini ripete spesso quanto il comico sia “il più sfortunato” tra gli artisti. Lo ha detto dopo la strage di Charlie Hebdo, in particolare. Sei d’accordo?

«Ricordo bene quel pezzo, ed effettivamente non ha tutti i torti. Se fai il comico è probabile che qualche problema ce l’hai. Io questa estate l’ho passata in casa a giocare con la Playstation, avevo bisogno di stare solo dopo essere uscito troppe volte durante l’anno per quelli che sono i miei canoni. Una cosa che dico nei miei spettacoli è che il mio talento da comico deriva dal fatto che faccio schifo come persona».

Nei tuoi spettacoli scherzi spesso sui difetti fisici, oppure sei persino arrivato a rivalutare Hitler come precursore nella pulizia dei contatti social. La stand-up comedy, secondo te, ha dei limiti? 

«Sinceramente mi piace l’idea di poter scherzare su tutto, concordo con Ricky Gervais che dice “dipende da qual è l’intento della battuta”. Non farei mai una battuta il cui intento è discriminatorio, ma non voglio neanche censurarmi. Quando vedo spettacoli di stand up comedy mi piace sentire ragionamenti che mandano il mio cervello in cortocircuito, e questo è quello che provo a fare io ponendo tesi assurde argomentate in maniera logica».

Te la sei mai vista brutta per una tua battuta? Hai fatto incazzare qualcuno?

«Non ho mai rischiato davvero, ma ho avuto sicuramente una serata memorabile in questo senso. Una volta sono andato a Osnago, in un Arci, insieme a Raymond Solfanelli, Alessandro Ciacci e Andrea Chiappini. Clima surreale, gente che non era lì per la serata e che sentendo le nostre battute si è irrigidito. Io salgo per ultimo, col pubblico decimato, in molti se ne erano andati accusando i miei colleghi di sessismo. Essendo provocatore per natura, decido di giocarmi subito il repertorio più appropriato per un Arci, e quindi inizio con l’apologia di Adolf Hitler. Evidentemente sono rimasti i più aperti a questo genere di battute, ma anche i più folli, perché mi seguono, fino addirittura al finale surreale in cui tutti insieme invochiamo il ripristino del nazismo in Europa. Finito il pezzo saluto e ringrazio questo locale Arci dicendo “grazie, siete il locale fascista più bello in cui io mi sia mai esibito”. Poso il microfono e vedo un tipo venire da me, faccia da incazzato nero e in tono minaccioso mi fa: “Cos’hai detto te? Che siamo un locale fascista? Guarda che io sono uno dei soci”. Sorridendo gli rispondo: “Sì…sono un comico…si scherza”. Se n’è andato dubbioso, e non credo che mi chiamerà più nel suo locale».

In questo periodo che tipo di spettacolo stai portando in giro?

«Cerco di proporre ancora “L’antisociale” che è il mio spettacolo dello scorso anno, in cui parlo del fatto che sono un disadatto sociale e del mio rapporto con le convenzioni sociali. Nel frattempo sto scrivendo lo spettacolo nuovo, in cui voglio fare più satira sul mondo esterno, mantenendo il dileggio di me stesso che non deve mai mancare. Ogni mese, poi, organizzo e conduco la rassegna di stand up comedy al Baciccia, locale che ringrazio molto per la fiducia che mi ha dato. Il prossimo mese avremo l’Open mic, il 2 novembre, e lo spettacolo di Filippo Giardina il 9 novembre. Giusto per fare il markettaro».

A Piacenza ti ho visto anche con altri compagni di palco. Me ne vuoi citare alcuni e le loro caratteristiche? 

«Due su tutti: Marco Beltrani e Andrea Chiappini. Il primo per me è un fuoriclasse, anche lui molto simile a Maurizio Milani, anche più di me, gioca ottimamente sul surreale e sull’essere volutamente sotto energia quando è sul palco. Chiappini invece è satira pura, ottima penna, è migliorato molto come esposizione che era all’inizio il suo limite, ma se vuole essere un fenomeno deve smettere di fare la persona seria e usare la scusa del lavoro, perché deve esibirsi più spesso».

Come definiresti gli spettatori della stand-up comedy? Che caratteristiche hanno di solito?

«Gli spettatori di stand up comedy sono più giovani rispetto a chi va a vedere il cabaret, l’età media è molto più bassa, questo come dato statistico. Caratterialmente devono essere aperti, o avere proprio il gusto per un po’ di cattiveria in più e disponibili ad ascoltare il comico non solo perché fa ridere, ma anche per quello che vuole comunicare. Ho partecipato a qualche serata di cabaret e questa è la differenza che ho sentito di più personalmente. Nel cabaret si aspettano la battuta a ogni frase, mentre con la stand up si ha la pazienza di far fare un ragionamento al comico. Che comunque deve portare alla risata».

Un messaggio per il tuo pubblico?

«Di solito concludo le serate al Baciccia con: “Buonanotte e andate tutti affanculo”. Non so a che ora verrà pubblicata l’intervista, quindi mi rimane solo da mandarlo a fare in culo».

Hai un sogno nel cassetto? 

«Diventare famoso per essere il nuovo scorreggione dei cinepanettoni e avere un flirt con Katia Ricciarelli».

Lasciamoci con un pensiero su Piacenza o i piacentini.

«Un consiglio ai piacentini, per quando si annoiano e non sanno cosa fare: andate in due, una sera qualsiasi che non sia venerdì o sabato, sul corso Vittorio Emanuele, posizionatevi ognuno all’estremità opposta, e infine salutatevi. E’ davvero una soddisfazione estrema».

Gianmarco Aimi

Muove i primi passi alla Cronaca e dopo un anno passa alla Libertà. Nel frattempo entra nella redazione di Radio Sound. Da sei anni collabora con il Fatto Quotidiano e attualmente dirige le riviste Soccer Illustrate e Sport Tribune, oltre a essere tra i contributors di Riders magazine.

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