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Riccardo Covelli: «Voglio far diventare Piacenza come Barcellona»

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Dal titolo potrebbe sembrare un megalomane. Ce ne assumiamo la responsabilità. Ma questa rubrica, lo abbiamo premesso con la prima intervista e poi via via in tutte le altre, si concentra sui giovani sognatori e determinati. La generazione che sta cambiando Piacenza.

O almeno ci sta provando.

E lo sappiamo: sognare non costa niente. Quindi, perché limitarsi?

È l’atteggiamento che Riccardo Covelli porta avanti con la sua squadra, attraverso l’associazione Propaganda 1984 – media dell’età dei partecipanti – e il Bleech Festival. Con la prima tende a realizzare, esplorare e diffondere idee per vivere la città in modo creativo. Con il secondo hanno creato un evento ormai consolidato, che ogni anno anima con migliaia di persone la Cavallerizza, cioè una zona che era semi deserta.

Barcellona è ancora lontana, ma non è che uno inizi a suonare la chitarra per diventare Keith Richards. Può essere un modello, un orizzonte da voler raggiungere e che sicuramente continuerà a sfuggire. Ma è nel percorso che, forse, si arriva a trovare la propria identità e i propri sogni appaiono possibili. E con costanza, a volte, si realizzano.

Abbiamo cercato di conoscerlo meglio e, se volete farlo di persona, non prendete impegni per oggi pomeriggio (domenica 29 ottobre). Lo trovate dalle 16 con il suo gruppo al Vicolo del Guazzo nell’ex Officina dei tram per una merenda autunnale e alternativa a base di castagne e ritmi tropical rock.

Chi è Riccardo Covelli? Prova a definirti. 

«Faccio fatica a rispondere, perché non l’ho ancora capito. Ho fatto tante cose, anche esagerando, quindi non ho inquadrato la mia identità. Sono un testone, quindi porto avanti un’idea contro tutto e tutti. Mi piace legarmi a tanti ambiti nel settore creativo, sono un grafico e web designer, ma soprattutto un grande appassionato di musica».

E Propaganda 1984? Dite di voler proporre, realizzare, esplorare, diffondere idee per vivere la città in modo creativo. Da cosa nasce questa voglia? 

«Da esigenze molto diverse tra i vari componenti. Il 1984 è la media degli anni di nascita di chi ne fa parte. Ci siamo riuniti tra amici e piano piano abbiamo trovato una nostra filosofia. Cioè scegliere location poco sfruttate o abbandonate, come il Bleech alla Cavallerizza o l’Officina dei tram domenica. La nostra mission è portare una cultura underground, espressa in più forme, in luoghi poco frequentati».

Un sogno nel cassetto?

«Una location su cui abbiamo messo gli occhi è la Galleana, anche se non abbiamo ancora verificato la fattibilità. Un grande evento sarebbe davvero interessante. Poi l’ex zona militare dei Bastioni ha molto fascino. Il mio sogno nel cassetto, però, è fare un festival di tre giorni sul Penice».

Con il Bleech Festival siete ormai una realtà consolidata. Quali sono gli elementi base per un evento come il vostro?

«Il primo anno è nato per passione e gioco, da un gruppo di amici con professionalità varie e medio-basse. In tre anni abbiamo sviluppato il progetto. Adesso il gruppo comprende 40 volontari, oltre a una decina di persone dell’organizzazione. Il lavoro è complesso e ricco di diverse competenze. La sua peculiarità è quella di essere in città. Perché di solito è difficile trovarne, rispetto alla periferia o alla provincia. Questa scelta ha dei limiti, essendo vicini al centro storico, sia come orario o per l’inquinamento acustico. Però è una scelta che abbiamo fatto, per portare gente che non sarebbe stata disposta a guidare per vedere dei concerti. Glieli abbiamo portati sotto casa. E ha funzionato».

Qual è il tuo rapporto con Piacenza? Spesso si dice che abbia delle potenzialità inespresse. 

«Piacenza è una città di cui sono totalmente innamorato. Dopo gli studi ho deciso di rimanere, perché mi piace anche per le potenzialità inespresse. Come altre città medio piccole, d’altronde. E negli ultimi due-tre anni le potenzialità stanno emergendo. Anche grazie al lavoro delle amministrazioni comunali precedenti, che hanno favorito la creazione di spazi e gruppi di lavoro. È una città con location pazzesche, con palazzi, cortili, parchi che non vengono utilizzati. Questo deve andare di pari passo con la scelta del Comune di favorire un certo tipo di eventistica e cultura».

A Piacenza è cambiato il colore politico in Comune e anche la sensibilità verso un certo tipo di eventi. Vi influenza?

«È ancora presto per parlarne. La responsabilità da parte della giunta è molto grande e speriamo in una collaborazione con tutte le realtà attive culturalmente sul territorio».

Altre realtà che guardi con interesse, a Piacenza o fuori Piacenza?

«Come aveva citato anche Giacomo Cavagna, il Festival Beat di Gianni Fuso è sicuramente il modello per tutti. Tra l’altro riesce a rianimare Salsomaggiore, che è una città fantasma. Per competenze di chi ci lavora e lo spirito con cui vengono fatte le cose, riescono ad attirare persone da tutta Europa. Bello che succeda a mezz’ora di auto dalla città. Ma il mio modello, perfetto sotto ogni punto di vista, è il Primavera Sound. Perché in grado di coinvolgere la città per una settimana e passeggiando sembra che ogni abitante partecipi all’evento. Un coinvolgimento al quale vorremmo arrivare anche noi a Piacenza».

Domenica in Officina, che si tiene oggi al Vicolo del Guazzo, come si caratterizza?

«Avevamo voglia di fare qualcosa dopo le fatiche di quest’anno del Bleech, che hanno richiesto oltre un mese di riabilitazione. Ci è capitata l’occasione quando una conoscente ha organizzato una installazione d’arte in quello spazio. Vedendolo ci siamo innamorati e abbiamo chiesto la disponibilità. Ci saranno le caldarroste per merenda e nello stesso tempo la scelta musicale è particolare. Abbiamo chiamato gli Hit-Kunle, un gruppo veneto ma con la cantante di origini africane. Hanno delle belle potenzialità, gli hanno dedicato da poco due pagine sulla rivista Rumore, hanno sonorità “tropical rock”. Festeggiamo insieme l’autunno».

E invece Riccardo dove si vede tra qualche anno?

«Spero di essermi lasciato alle spalle la città, ma con il sorriso sulla faccia. Dicendomi: Piacenza è cambiata, abbiamo fatto tanto, adesso è ora di andare. Mi piacerebbe lasciarla come punto di riferimento in Italia per eventi, concerti e cultura. Poi dove andrò io non lo so».

Gianmarco Aimi

Muove i primi passi alla Cronaca e dopo un anno passa alla Libertà. Nel frattempo entra nella redazione di Radio Sound. Da sei anni collabora con il Fatto Quotidiano e attualmente dirige le riviste Soccer Illustrate e Sport Tribune, oltre a essere tra i contributors di Riders magazine.

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