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Il carcere, l’Aids e l’emarginazione. L’incontro con Alessandro, ospite della Pellegrina

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La casa accoglienza “Don Giuseppe Venturini”, gestita dall’associazione La Ricerca, si trova sulla strada Agazzana in località Pellegrina. In una posizione emblematica per le persone che ospita: a metà strada tra la città e la provincia, tra il quartiere Besurica e Vallera, tra Piacenza e la Val Trebbia. In questa villetta in mezzo al verde, circondata da piante, viti e orti, si trovano i pazienti malati di Aids: a metà strada tra la trasparenza e l’opacità, tra l’esclusione e l’inclusione, tra l’emarginazione e il coinvolgimento nella vita di tutti i giorni.

La Pellegrina (come viene comunemente chiamata la struttura) è stata voluta dalla Diocesi piacentina agli inizi del 1993 come segno concreto di carità verso le persone in difficoltà. In un primo periodo si trattava di accompagnare alla morte i malati, percorrendo una strada preannunciata di dolore e complicanze, pur con un sentimento di speranza e sostegno umano. L’Aids, che è la conseguenza tardiva di un’infezione da virus HIV, conduce ad ogni modo alla morte. Viene trasmesso da una persona che ha già contratto l’infezione in particolare attraverso il sangue, le secrezioni vaginali, il liquido seminale e il latte materno. Ma oggi l’aspettativa di vita si è allungata, e con essa si sono abbassati gli effetti degenerativi della sindrome: le terapie mediche hanno raggiunto risultati importanti. «Rispetto all’allarmismo degli anni ’90, negli anni Duemila è calato un silenzio di tomba sull’Aids. Prima la Pellegrina guidava i pazienti dignitosamente alla morte, adesso invece li accompagna dignitosamente alla vita. La malattia non si può guarire, ma si può curare», spiega Francesca Sali, responsabile della casa accoglienza.

«L’Aids non si può debellare, ma si può curare»

«Poche settimane fa abbiamo perso un ragazzo, è stato un duro colpo. Vent’anni fa chi arrivava alla Pellegrina era consapevole che sarebbe stata la sua ultima destinazione, che qui – dopo esser stato rifiutato dalla famiglia o rigettato dalla strada – sarebbe morto», prosegue la dottoressa Sali. «La medicina però ha ribaltato le prospettive. I pazienti che si curano in tempo e con regolarità possono ambire ad avere un’esistenza ordinaria, senza problematiche gravi, con un lavoro e dei figli. Le persone che vivono e dormono nella struttura sono eterogenee: giovani o anziani, in condizioni opposte tra loro, che necessitano di un luogo stabile. Per qualcuno di loro l’Aids, monitorato costantemente dai dottori della Pellegrina, è l’ultimo degli ostacoli: infatti c’è chi soffre soprattutto di disabilità, tossicodipendenza e difficoltà psichiche… Pervade la voglia di ricostruire i legami affettivi e di rimettersi in gioco. Si cerca di uscire dall’edificio il più possibile, curando i fiori o recandosi nel mercato settimanale di Vallera, tentando di soddisfare il bisogno di quotidianità e svago utile alla terapia stessa».

35 nuove diagnosi all’anno nel piacentino

Il contatto con la cittadinanza ricopre un ruolo chiave per instaurare relazioni e contatti. Gli uomini e le donne che convivono con l’Aids subiscono un’estrema stigmatizzazione, temono di farlo sapere a chi li circonda, percepiscono il pensiero comune per cui in un modo o nell’altro “è anche colpa loro”. «Nessuno vorrebbe incappare nella malattia», chiarisce Francesca Sali. «Non è vero che le uniche categorie interessate all’Aids sono gli omosessuali, le prostitute e i tossici. Ed è un’eterna menzogna che è contagioso tramite la puntura di zanzara, la tosse o il raffreddore a contatto con un sieropositivo. La causa principale d’infezione non sono le siringhe, bensì i rapporti sessuali non protetti nell’età media di quarant’anni. L’HIV è un virus democratico: può interessare chiunque». Negli ultimi anni la provincia di Piacenza ha registrato una media di 35 nuove diagnosi all’anno. I medici ritengono che si tratti di una sottostima, in quanto in pochi effettuano il test per l’HIV – anonimo e gratuito -, senza pertanto scoprire in tempo l’infezione.

L’esperienza di Alessandro, uno degli ospiti della Pellegrina

Alessandro è uno degli ospiti della Pellegrina: un libro che, dopo lunghe parentesi ombrose, ha accettato di lasciarsi sfogliare, non accontentandosi di stare sulla scaffale più basso della libreria. Le sue pagine sono fragili, vissute e preziose. Piene di errori, ma di altrettanta voglia di riscatto.

Come sei arrivato alla Pellegrina?

«Mi ha spinto la mia famiglia ad appoggiarmi a questa casa accoglienza cinque anni fa. In più, ho ricevuto una condanna definitiva per un fatto accaduto in passato: ho accettato di entrare alla Pellegrina come progetto alternativo al carcere. Mi sto abituando, anche se le cose potrebbero andare meglio. Servono più volontari dalle scuole che ci facciano compagnia. In questo posto la malattia non pesa, perché facciamo tante attività. Ti torna in mente l’Aids quando muore qualche tuo amico con la sindrome, come è successo recentemente». 

In che modo hai individuato l’infezione?

«Ero un tossicodipendente e, durante i controlli medici di routine in prigione, mi diagnosticarono l’Aids. Avevo 18 anni. Mi diedero tre mesi di vita. Oggi ho 50 anni, sto lottando».

Quale fu la reazione nell’attimo dopo la diagnosi?

«Pensai che, avendo ancora poco tempo da passare sulla Terra, avrei dovuto trascorrerlo al meglio. Così ricominciai a drogarmi. Fu un errore madornale. Ma quando mi accorsi che non stavo morendo, che il mio corpo al contrario resisteva, che curandosi fosse possibile vivere in modo normale, decisi di provare a mettere la testa a posto, di non avvicinarmi più alle siringhe».

Seguì immediatamente un cambio radicale di vita?

«Macché! Dopo il carcere ho vissuto per tanti anni da solo, sulla strada, girovagando con il mio cane e un sacco pieno di vestiti sulle spalle. Ero un vagabondo che non voleva nessuno nella propria vita. Anche ora ho un carattere solitario, ma fortunatamente sono riuscito a lasciarmi alle spalle le cattive abitudini».

E la tua famiglia?

«Dopo avermi trovato positivo all’Aids, mia sorella mi ha abbandonato. Non l’ho più sentita. Anche alcuni amici hanno preso la stessa scelta, cancellandomi dalla propria esistenza. I miei genitori invece, che sono morti due anni fa, mi hanno sempre sostenuto con affetto, cercando di aiutarmi nel limite delle loro facoltà».

Che consiglio vuoi dare ai giovani?

«In questo periodo contagiarsi è da idioti. Dietro a questa malattia si nasconde una sofferenza profonda. Usate il preservativo. Non drogatevi. Non abbassate la guardia, mai».

Thomas Trenchi

Classe 1998, giornalista pubblicista. Redattore praticante dell'emittente televisiva Telelibertà e del sito web Liberta.it. Collaboratore del quotidiano Libertà. Ideatore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Creatore del documentario amatoriale "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), responsabile della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018). Per Telelibertà, ha curato lo speciale "I piacentini di Londra" per raccontare il fenomeno dell'emigrazione dei piacentini in Inghilterra nel secondo dopoguerra, con immagini, testi e interviste realizzate durante la festa della comunità piacentina nella capitale britannica dal 17 al 19 maggio 2019.

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