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Il Venerdì nero di Piacenza

Oggi scioperano gli italiani di Amazon, ieri protestavano gli stranieri della logistica. E ora dovrei sentirmi vicino agli scioperanti di Amazon solo perché italiani? Perché iscritti ai sindacati?

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Dello sciopero dei lavoratori Amazon me ne frego.

Strano, per uno che si è appassionato al lavoro che fa, il giornalismo, proprio grazie alle battaglie dei facchini di Tnt, Gls, Ikea e di mille altre aziende di logistica (in realtà delle cooperative alle quali sono subappaltati) di cui Piacenza è da molti anni la capitale italiana. Mi hanno fatto dventare indifferente – anche se non è completamente vero, visto che sto scrivendo – i miei connazionali e il sistema che regola il mercato del lavoro in Italia. In particolare i sindacati, i cosiddetti confederali, Cgil, Cisl e Uil. Almeno quelli minori, come Cobas e Usb, hanno il merito di aver dato forma a un ammasso di stranieri che chiedevano solo qualche diritto.

Perché da un lato, quando a protestare erano solo neri e magrebini, definiti allora (come oggi) in modo spregiativo ‘negri’ e ‘arabi’, gli italiani che ricoprivano mansioni di coordinamento o leggermente più stabili e retribuite si lamentavano dei picchetti, cioè dei blocchi forzati dei magazzini. E il loro storcere il naso verso queste forme di protesta trovava un megafono attraverso i sindacati confederali. Quanti comunicati, quanto inchiostro versato, per demonizzare quelle proteste, quei cortei, quelle richieste sacrosante.

Mentre i ‘negri’ e gli ‘arabi’ si ritrovavano all’alba verso le 4-5 di mattina per bloccare i cancelli, gli italiani arrivavano con le loro auto verso le 8 o le 9 e non potendo entrare si imbestialivano: «Ma come si fa a protestare così? Ci faranno perdere il lavoro a tutti», oppure «perché non provano a picchettare in questo modo a casa loro. Voglio vedere cosa succede» dicevano, anche con espressioni molto più colorite. Certo, i vertici minacciavano di trasferire la produzione altrove. Tutte balle. L’unica sparita è Unieuro, fallita per i fatti suoi, e ci lavoravano per la maggior parte “colletti bianchi”. Che hanno manifestato, sì, quando ormai l’azienda aveva chiuso.

Poi, dopo che i più aziendalisti avevano inscenato battibecchi con i facchini senza nemmeno ascoltarne le ragioni ma necessari a mettersi in mostra verso i responsabili della ditta, ingranavano la retromarcia e borbottando tornavano nelle loro case a scrivere sui social peste e corna di questi «stranieri che vogliono far fallire le attività che ancora investono sul territorio».

E via, la politica a banchettare a destra e a sinistra con gli slogan sulla difesa del lavoro agli italiani.

Ho partecipato a tanti picchetti, i primi tempi in totale solitudine. I giornalisti non seguivano certi fatti. Li consideravano “cose da non esaltare”. Non c’erano italiani di mezzo. Non votavano. Non parlavano spesso neanche l’italiano e quindi non avrebbero comprato il giornale, visto la tv o letto i siti. Che senso aveva alzarsi alle 4 del mattino per documentare le loro proteste, che forse apparivano un po’ “maleducate”.

Quel che è rimasto sbagliato, finora, credo sia stato l’atteggiamento degli italiani. E di conseguenza degli altri sindacati e della politica.

Perché in Italia siamo stati abituati a scioperare il venerdì, così poi ci si può prendere il week end lungo. Ci si trova in corteo verso le 9-9.30 con comodo, si mette un po’ di musica “di sinistra”, poi ci si accoda al corteo che recita i soliti slogan da 40 anni, si arriva in piazza con bandiere e striscioni un po’ sgualciti e vari sindacalisti spiegano le linee programmatiche per cambiare il mondo, poi chiamano qualche operaio sul palco per rendere il tutto più empatico con la folla e alla fine ci si ritrova al bar a fare l’aperitivo, a discutere dei problemi del lavoro come se parlassimo di calcio. Finiva tutto lì. E infatti non cambiava niente.

I facchini stranieri hanno scompaginato logiche vecchie di 70 anni. Inizialmente non facevano la tessera di nessun sindacato. Usavano tecniche sconsiderate. Si sdraiavano sotto i camion per non farli partire. A volte anche con i bambini in braccio. Si accucciavano a terra con meno cinque sotto lo zero d’inverno davanti ai cancelli tutti abbracciati e resistevano alle manganellate della polizia a oltranza. Riuscivano a fermare una multinazionale solo con il loro corpo. Davide contro Golia. Un ingranaggio minuscolo che fa impiantare una macchina mastodontica.

I magazzini a Piacenza sono uno snodo centrale non solo per il nostro paese ma verso molti stati europei. E quindi per colpa di quattro ‘negri’ anche lo svedese non si vedeva recapitato il tavolino per la cucina o l’irlandese non poteva riporre i cd nel contenitore che avevano ordinato.

Quanto faceva godere pensare a certe immagini. Qualche decina di scalcinati in ciabatte, accampati con tende fatte di lenzuola che rompevano i coglioni a tutta Europa.

Bye bye compagni scioperanti del fine settimana.

Era una fase romantica, naturalmente destinata a non durare.

Le manganellate, tante, i fumogeni ad altezza uomo, le diffide, i licenziamenti, le denunce per disordini e blocco di attività commerciale e tante altre azioni di repressione, alla fine hanno aperto la strada ai sindacati di base. Difficile sopportare per mesi una pressione tale solo con la rabbia che hai in corpo, neanche un euro in tasca e a casa i figli da sfamare. In principio furono i Cobas. Prima di queste proteste a Piacenza avevano zero tessere. Zero. Ora sono alcune migliaia. Così come l’Usb, arrivato qualche tempo dopo e ora molto attivo e rappresentato. Erano perfetti per il tipo di lotta che si era insediata davanti ai magazzini. Non chiedevano di ammorbidire l’atteggiamento, anzi, lo esasperavano. Compattarono i ranghi, radunarono a ogni picchetto anche facchini provenienti da altre fabbriche, persino da fuori città, e gli diedero una dignità istituzionale.

Non erano dei santi. Sicuramente. Spesso e volentieri approfittarono dell’onda emotiva per attaccare marchi altisonanti solo perché faceva gioco alla causa. Ma vabbè, se doveva essere una guerra non ci si poteva aspettare solo colpi al viso. C’è stato anche un morto, investito da un camion che cercava di rompere il blocco. E infatti qualche diritto lo hanno conquistato. C’è ancora tanto da fare, però è meglio di niente. I “capi” della rivolta oggi sono tutti o quasi sindacalisti di Cobas e Usb, visto che con le tessere si sono potute aprire sezioni e quindi erogare stipendi o rimborsi. Un po’ si sono imborghesiti, ma certamente hanno rappresentato una speranza per migliaia di “schiavi”.

Quel che è rimasto sbagliato, finora, credo sia stato l’atteggiamento degli italiani. E di conseguenza degli altri sindacati e della politica. Anche successivamente hanno continuato a percepire questi lavoratori come «stranieri che si lamentano» e che «sono venuti qui per rubarci il lavoro e ora faranno chiudere le fabbriche». E quindi, sul sentimento dominante, i confederali e i politici hanno sguazzato per anni. Non capendo che alle multinazionali non fregava nulla se sei italiano o straniero, donna o uomo, gay o trans. Sono davvero democratiche nello sfruttamento. A loro interessano i numeri, i freddi dati che generano profitto e quando le persone non saranno più convenienti “assumeranno” robot, già pronti e testati. Chi avrà i soldi potrà continuare a ordinare da casa, tutti gli altri se la andranno a prendere nel culo. E’ una logica di mercato, non fa una piega.

E ora dovrei sentirmi vicino agli scioperanti di Amazon solo perché italiani? Perché iscritti ai sindacati?

Sarebbe stato della politica il compito di regolare il processo di cambiamento e ai sindacati vigilare affinché tutto si svolgesse nel rispetto dei lavoratori. Invece hanno fatto campagna elettorale (chi per il voto chi per il rinnovo delle tessere) basandosi sulla pancia dei cittadini e il risultato è questo: che i ‘negri’ sfruttati e costretti a scioperare il giorno del Black Friday siamo noi visi pallidi che però, rispetto ai facchini ‘colored’, se c’è freddo non ci sediamo a terra per bloccare la fabbrica.  Potrebbe venirci la febbre, poi chi la sente la moglie per andare a fare la spesa la domenica all’Auchan. Non ci sdraiamo sotto i camion per bloccare la produzione, anche perché sai, con lo stipendio che prendi, non puoi permetterti di sgualcire un paio di pantaloni nuovi. E non ci accampiamo davanti all’azienda, anche perché il mercoledì c’è la Champions e venerdì è iniziato Gomorra.

Le logiche, però, già in passato erano chiare. Anche per gli italiani. Io li ho visti in faccia quelli che sciopereranno ad Amazon. Tutte brave persone, che però hanno deciso di delegare la loro razionalità a istituzioni ormai marcite o compromesse e organi di controllo putrescenti. Amazon gli offriva 1000 euro al mese per lavorare e loro ne erano felici. Con la disoccupazione dilagante, sembrava un’ancora di salvezza. Poi, pensavano, avrebbero fatto carriera e dall’imballare i libri e gli spazzoloni del cesso sarebbero diventato il braccio destro di Jeff Bezos.

Sono gli stessi che prima criticavano i facchini stranieri perché bloccavano le aziende. Mentre loro avevano dei turni sicuri e dei simil contratti, i ‘negri’ venivano reclutati a chiamata, con buste paga taroccate e salari da fame. Erano convinti che a loro non sarebbe accaduto di arrivare così in basso. In realtà era solo questione di tempo. E forse di pudore. «Sì, guadagno 1000 euro e lavoro 7 giorni su 7, però mantengo la famiglia…e poi chissà, magari il prossimo anno passo a responsabile…».

Quando la schiena si è spezzata e le ginocchia non hanno più retto ai 10 chilometri da percorrere al giorno, qualcosa si è rotto anche dentro di loro.

Ma è sempre la solita storia in Italia. Ci si arriva troppo tardi. Mai che si riesca ad analizzare le ragioni di un fenomeno sociale senza che si inneschino meccanismi identitari. «Quello è dalla mia parte o da un’altra?» oppure «cazzo, ma è nero, musulmano, cinese, pure povero. Cosa ho a che spartire con lui? No, non mi interessa, per ora. Devo guardare su Instagram la winter collection di Gianluca Vacchi e Melissa Satta». E invece la protesta dei facchini stranieri di ieri era la battaglia dei facchini italiani di oggi. Dei lavoratori, in generale, di ogni settore. Anche nel giornalismo.

E ora dovrei sentirmi vicino agli scioperanti di Amazon solo perché italiani? Perché iscritti ai sindacati? «Mio fratello è figlio unico. Perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati». Lo cantava Rino Gaetano nel 1976. Siamo nel 2017. Tutti abbiamo l’Iphone ma in pochi condizioni di lavoro accettabili.

Quelli che incroceranno le braccia, non tutti ma sicuramente la maggior parte, sono quelli che arrivavano alle 8 o alle 9 del mattino, storcevano il naso o battibeccavano perché i cancelli erano picchettati dagli ‘arabi’ e sulle loro auto se ne tornavano a casa a sparare sui social peste e corna contro quelli che «dovrebbero provare a protestare a casa loro».

Ora siete voi costretti a protestare a casa vostra.

Vediamo cosa succede.

 Gianmarco Aimi

Pubblicato su WRITE AND ROLL SOCIETY

Muove i primi passi alla Cronaca e dopo un anno passa alla Libertà. Nel frattempo entra nella redazione di Radio Sound. Da sei anni collabora con il Fatto Quotidiano e attualmente dirige le riviste Soccer Illustrate e Sport Tribune, oltre a essere tra i contributors di Riders magazine.