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«Ero intrappolata nel vortice dell’anoressia. Poi la mia anima ha vinto»

All’età di diciassette anni Manuela Cornelli è entrata nel tunnel dell’anoressia. Flebo, ricoveri e tranquillanti hanno scandito la vita quotidiana. I suoi racconti autobiografici verranno pubblicati su Sportello Quotidiano

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«L’anoressia non vuol dire per forza voler essere magre e belle. Nel mio caso ha assunto un significato più profondo: controllando il mio corpo, cercavo di rimpossessarmi della mia esistenza. Ho perso dieci anni di vita tra reparti ospedalieri, flebo, medici e sguardi diffidenti». La diga che Manuela Cornelli si è costruita addosso è troppo fragile per contenere un fiume in piena di emozioni che frantuma l’apparenza e si riversa su chi le parla. Manuela all’età di diciassette anni è entrata nel tunnel dell’anoressia. Tra alti e bassi, con qualche cicatrice, n’è uscita. E adesso, mentre racconta la sua storia, sembra parlare di un’altra persona. Di una giovane donna intrappolata dentro a una corazza forgiata su misura.

«Affrontai gli ultimi due anni di scuola superiore in piena anoressia. Nel 1998, durante l’esame di maturità, pesavo trentacinque chili. Mi stava sfuggendo tutto di mano. Mia mamma era ricoverata in psichiatria, mia sorella si trovava a Villa Speranza. Venivo sballottata da una clinica all’altra. Avevo un carattere solitario, ero una rockettara disinteressata allo studio. Venni bocciata due volte nell’istituto da geometra. Mangiare solo una mela al giorno, rifiutando il pranzo e la cena, mi conferiva il potere di modellare il mio aspetto e di assumere la mia forma. Cioè una non-forma». Sono le prime parole che Manuela sceglie per descrivermi la sua esperienza. «L’anoressia mi ha tolto tutto: la possibilità di lavorare, di andare all’università, di socializzare e di conoscere persone nuove. Stavo in casa a mangiare e a vomitare. Avevo anche dei comportamenti bulimici. Non uscivo mai, interruppi qualsiasi rapporto. Capii quasi subito di aver messo piede in un vortice tremendo, ma temevo che sarebbe stata la mia condizione perenne. Cominciai ad abusare di psicofarmaci tranquillanti».

«Il dimagrimento coincise con un comportamento più calmo: non mi divertivo, non chiacchieravo, trascorrevo la ricreazione da sola, pensavo solo a studiare e a rifugiarmi in casa. Amavo la letteratura. Mi sono diplomata con 50/60, ma a volte temo di essere stata promossa per pietà. I professori mi vedevano in difficoltà, così mi trattavano delicatamente», prosegue Manuela Cornelli, cresciuta nelle case popolari di piazzale Libertà. «I miei compagni di classe avevano paura a toccarmi. In classe mettevo il cuscino sulla sedia, perché sedermi sulle ossa era doloroso.

«Il Comune mi aiutò a trovare un posto di lavoro in una libreria. Eseguivo i miei compiti e rincasavo il prima possibile. Sul tragitto di ritorno, spesso, mi ribaltavo dallo scooter. Era troppo pesante per il corpo, infatti ero cosparsa di lividi». L’anoressia comportò una serie di manie legate alla sfera alimentare. Manuela incastrava i biscotti tra loro come in Tetris, a ogni quattro ceppi di insalata alternava una foglia arrotolata… Era alla ricerca di un ordine perfetto. Non solo sulla tavola, ma soprattutto nella vita.

Nel frattempo, Manuela conobbe la nutrizionista Mara Negrati. «Insieme a lei e a una squadra di psicologi, prese il via la mia turbolenta riabilitazione. Scappavo dall’ospedale, staccavo le flebo dalle mie braccia. E pensare che, se non fosse stato per quelle flebo, sarei morta. Svenivo all’improvviso, tanto che mi ruppi il naso, oltre a provocarmi parecchi traumi cranici. Mi era stata diagnosticata anche un’epilessia dovuta ai farmaci. I dottori mi definivano affettuosamente una stronza. Avevano ragione: ero isterica e insopportabile. Non dimenticherò mai il male provocato a mia madre», ammette Manuela. Fu una focaccia con il prosciutto cotto il primo cibo ingerito controvoglia per il proprio bene. «Dopo l’ennesimo intervento del 118 a causa di uno svenimento, promisi alla dottoressa Negrati che avrei mangiato una focaccia con il prosciutto cotto. È un sapore sempre nitido».

Modelle troppo magre: un pessimo esempio per i giovani

«A diciannove anni venni ricoverata in pediatria. Non esisteva una struttura adeguata per l’anoressia maggiorenne. Conobbi una tredicenne con il mio stesso disturbo: “Voglio essere magra come Claudia Schiffer”, mi ripeteva dal lettino accanto. Magrezza non vuol dire bellezza. Ma schifo», aggiunge senza mezzi termini Manuela Cornelli. «Quando mi coricavo a letto, mi toccavo le ginocchia per verificare che fossero abbastanza scheletriche. Il modello di donna promosso dai media e dalle pubblicità influenza negativamente le ragazze». Un problema di percezione che ha portato la Francia a vietare alle modelle sottopeso di sfilare, nonché a segnalare obbligatoriamente le immagini ritoccate al Photoshop, così da aiutare il pubblico a riconoscere il corpo femminile al limite dell’irreale.

Manuela Cornelli continua a fare i conti con gli effetti di quel lasso di tempo: «Col senno di poi, mi tirerei delle martellate sulla testa. La mia routine consisteva in lunghi digiuni e rigurgiti. Ero una schiava. Sto male al solo ricordo». Ora però ha quarant’anni e non ha intenzione di arrendersi: «Ho ricominciato a vivere, apprezzo ogni attimo di quotidianità. Ho un’occupazione stabile in un negozio di articoli sportivi, è stata una delle mie salvezze. Fisicamente mi sono ripresa, mangio normalmente e il mio metabolismo funziona correttamente. Ammetto di avere ancora la testa da anoressica: mi capita di considerarmi troppo in carne, ma so che è solo una mia impressione».

I racconti di Manuela Cornelli online su Sportello Quotidiano

Manuela ha accettato di condividere con Sportello Quotidiano una raccolta di racconti autobiografici scritti agli inizi del Duemila. «Li avevo redatti per un concorso sulla tematica dell’apparenza. Il disagio dell’anoressia era immancabilmente correlato all’esteriorità. Ne approfittai per dare ossigeno alle mie riflessioni. Rappresentava un’azione dinamica, che mi consentì di azzardare qualche metro fuori dalla passività». I testi saranno pubblicati a partire da sabato prossimo in pillole settimanali.

Un consiglio alle ragazze di oggi? Manuela si blocca: «Non lo so, non ci sono ricette. Certe sensazioni bisogna viverle sul momento. Ciascuna cura medica è personale e diversa. “Ama il tuo corpo, anche se non è bello” è un’enorme banalità. Io, al di là della bilancia, preferivo affrontare la mia anima».

Thomas Trenchi

Classe 1998, giornalista pubblicista. Redattore praticante dell'emittente televisiva Telelibertà e del sito web Liberta.it. Collaboratore del quotidiano Libertà. Ideatore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Creatore del documentario amatoriale "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), responsabile della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018). Per Telelibertà, ha curato lo speciale "I piacentini di Londra" per raccontare il fenomeno dell'emigrazione dei piacentini in Inghilterra nel secondo dopoguerra, con immagini, testi e interviste realizzate durante la festa della comunità piacentina nella capitale britannica dal 17 al 19 maggio 2019.