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Da Lugagnano a Londra con la passione per il calcio inglese. Intervista a Niccolò Franchi

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Niccolò Franchi ha ventisette anni, vive a Lugagnano Val D’arda e ha un tatuaggio sulla parte sinistra del torace, all’altezza del cuore, con cui bisogna fare i conti: lo stemma del West Ham United, formato da due martelli incrociati su sfondo bordeaux.

Nick, come lo chiamano gli amici, è rimasto folgorato dal calcio inglese fin da giovane. Da quel momento ha compiuto una serie di «trasferte indimenticabili». Sembra un ragazzo molto timido, ma nel contesto “giusto” – tra veri appassionati di football – non lo ferma più nessuno: canta a squarciagola i cori delle squadre inglesi, che conosce alla perfezione. Gioca a calcetto nel Baraccaluga, una delle squadre più importanti nel piacentino. E quando segna un gol, proprio come da bambino, non è difficile pensare che esultando riveda di fronte a sé gli spalti di Upton Park, lo stadio del West Ham demolito recentemente.

Come è nata la tua passione per il calcio inglese?

«La mia passione per il football nasce nell’oratorio dove sono cresciuto, a Lugagnano. Tutti eravamo affascinati da questi stadi sempre pieni, rumorosi, con le partite giocate sotto la pioggia battente e i giocatori che non tiravano mai indietro la gamba. Ognuno di noi, per imitarli, scelse una propria squadra da simpatizzare».

E tu hai scelto il West Ham, vero?

«Sì, all’inizio per una casualità dettata dal nome e dal bellissimo stemma. Solo dopo ho scoperto, con mia grande sorpresa e felicità, che il West Ham rappresenta l’essenza del calcio inglese. La squadra proviene dai bassifondi dell’est londinese, zona operaia ben lontana dagli sfarzi di Chelsea, con un pubblico tra i più fedeli e appassionati d’Inghilterra, indomabili nel sostenere la squadra, tanto che lo stadio del West Ham, Upton Park, è stato definito a partire dagli anni Settanta “Fortress Upton Park”, la fortezza. Tifosi appassionati e fedeli al di là del risultato, zona operaia, stadio e stemma bellissimo, giocatori fantastici e i mille aneddoti sull’East End e il suo corollario: il gioco era fatto».

Da Lugagnano a Londra: qual è stata la tua prima trasferta in terra inglese? 

«La mia prima esperienza londinese fu a 17 anni, il 20 dicembre del 2008 per West Ham – Aston Villa ad Upton Park, organizzata insieme ai miei amici Davide e Riccardo. Fu un weekend velocissimo, come poi avrei ripetuto nel corso degli anni. Nemmeno a dirlo, perdemmo in casa con un autogol dopo aver dominato tutta la partita, nel più puro spirito hammers, come recita d’altronde una riga del nostro inno: “Fortune’s always hiding”, la fortuna si nasconde sempre… Ma il risultato era l’ultima cosa che importava: l’importante era entrare in una spirale che ancora adesso non accenna a diminuire».

Quante volte sei stato in uno stadio inglese? E qual è il più suggestivo?

«Ho perso sinceramente il conto delle partite viste in terra d’Albione, ma ricordo tutti gli stadi in cui ho assistito almeno a una partita: quelli del West Ham, Chelsea, Tottenham, Arsenal, Fulham, Crystal Palace, Millwall, Charlton, Brentford, Leyton Orient, Dagenham&Redbridge, Barnet, Edgware e Wembley per la capitale; poi Manchester United, Everton, Wolverhampton, Sunderland e Newcastle. Il più suggestivo e maestoso è quello del Newcastle».

Rispetto al panorama italiano, quali sono le principali differenze fuori e dentro dal campo?

«Le differenze tra Gran Bretagna e Italia sono infinite, non basterebbero dieci pagine per esaurire il discorso. In Inghilterra c’è meno pressione, nonostante la posta in gioco sia molto più alta, eccezion fatta per la nazionale, e non si passano le ore a discutere di un errore arbitrale, giusto il tempo di commentarlo. Il gioco è – per ora – più crudo, più maschio, senza inutili perdite di tempo e tatticismi eccessivi. Il giorno della partita è vissuto in maniera diversa: mentre in Italia per buona parte del pubblico si limita alle due ore in campo, in Inghilterra i pub si riempiono già quattro ore prima della partita. In Inghilterra non esistono né programmi dedicati alla moviola né articoli chilometrici su internet e sui giornali: il pubblico è attivo e concentrato su fatti concreti, e non sulla polemica come buona parte dei tifosi italiani. Tirando le somme, in Inghilterra il calcio viene trattato per ciò che è: un bellissimo gioco.

Quali sono le distanze tra il tifo italiano e quello anglosassone?

«L’Inghilterra è un caso unico in Europa: mentre sul continente a gestire il tifo sono gruppi ultras, con capi designati a lanciare cori, che tutti seguono fedelmente, in Inghilterra tale fenomeno non è mai esistito, se non per le firm degli anni Settanta e Ottanta, le quali però più che sull’impatto canoro si concentravano su altri fattori. Il tifo all’inglese è più spontaneo, non etero diretto, con i suoi lati positivi e negativi; i posti a sedere e numerati, oltre a tutte le implicazioni del Taylor report, hanno limitato molto questo fenomeno, perciò è meno spingente rispetto al passato, quando la palla veniva letteralmente risucchiata nella rete dalla forza centrifuga degli spalti dietro alla porta».

La globalizzazione sta cambiando il calcio?

«Dicono che la globalizzazione sia sempre positiva, e per certi versi lo è sicuramente, ma il prezzo che il calcio inglese sta pagando è altissimo. I giocatori inglesi sono ormai una rarità, le società stanno abbandonando le proprie case storiche, situate al centro del quartiere o della città di riferimento, per spostarsi in periferia come un qualsiasi centro commerciale, allontanando i tifosi più fedeli a favore di un pubblico più freddo ma più facoltoso dal punto di vista economico. Ne consegue che il calcio sta mutando completamente, paragonabile ormai più ad un’uscita a teatro che a quello che veniva definito il “working class’ game”. La situazione sembra incontrovertibile, e tanti, che rimangono comunque una minoranza, stanno abbandonando la Premier League in favore delle serie minori, dove si respira il calcio di una volta. Il calcio inglese detiene ancora i tratti che lo rendono il migliore al mondo, ma queste gestioni ne stanno limando le peculiarità. Speriamo si riesca a porre un freno».

Come credi che sia percepito il calcio inglese da Piacenza?

«Il calcio inglese negli ultimi anni ha avuto un grande incremento di appassionati, anche se sarebbe più corretto dire curiosi: la maggior parte delle persone, infatti, si interessa solo al risultato delle grandi di Premier League, senza voler entrare nel dettaglio di quello che è il calcio d’Oltremanica. Onestamente meglio così, lasciate a noi di nicchia la possibilità di fantasticare su un pomeriggio a Birmingham piuttosto che a Middlesborough, con una Lager in una mano e un panino con la cipolla sfrigolante nell’altro, sotto un cielo plumbeo che minaccia pioggia da un giorno all’altro, lontani migliaia di chilometri dagli isterismi italici».

Thomas Trenchi

Creatore e gestore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Collabora con il quotidiano Libertà e realizza alcuni contenuti per le pagine del Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Regista del documentario "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), curatore della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018).