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L’insostenibile leggerezza del caffè, simbolo del dialogo smarrito nel tempo

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Pensate che da una piccola bacca rossa, apparentemente normale e comune, si può estrarre una delle più antiche e originali bevande mai create sulla terra: il caffè. Chi avrebbe mai immaginato che un chicco tanto amaro avesse il potere di cambiare la vita dell’uomo e di rivelarsi un caro amico?

La storia del caffè

Forse non tutti sanno che la prima pianta di caffè, nonché la più famosa coffea arabica era originaria dell’Etiopia e che in breve tempo la sua coltivazione si diffuse in Yemen e da qui nel corso del 700’ in Indonesia, in Brasile e in America centrale. Gli arabi consideravano il caffè una bevanda magica  e afrodisiaca che desse poteri anomali e sorprendenti, capace di eccitare e rinvigorire. Il suo prodigio derivava dall’energia che con pochi sorsi, quell’infuso in origine bruno-rossastro, passava all’uomo. In Europa, il caffè arrivò per la prima volta a Venezia alla fine del XVI secolo dove si svilupparono circoli aristocratici legati ad esso. In questi luoghi si dialogava e ci si confrontava sui più svariati argomenti, soprattutto culturali. E fu da quel momento che il caffè divenne parte di noi europei  e acquisì quella sua nota di positiva allegria che lo contraddistingue ancora.

Il caffè come stimolo intellettuale

Un caffè “sociale” cui si aggiunse in seguito il titolo di “stimolante intellettuale”. Nacquero così quei fascinosi piccoli nascondigli dove gli artisti e i pensatori si rifugiavano. Lontani dal mondo. A fantasticare. I caffè letterari crebbero e si disseminarono come grano nelle più importanti città europee, tutti con lo stesso scopo: inespugnabili pensatoi. Potrei citarvene tantissimi; in Italia ad esempio l’Antico caffè greco a Roma era il ritrovo preferito di Elsa Morante, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, John Keats e moltissimi altri così come a Firenze lo era il Caffè Giubbe Rosse, frequentato dai futuristi tra cui Marinetti e Boccioni  e a Trieste il Pirona dove Joyce iniziò la sua stesura dell’ Ulisse. Oltreoceano a San Francisco, il Vesuvio Cafè era la sede del movimento “beat” e dei suoi portavoce Ginsberg e Kerouac.

Ma non dimentichiamo la Francia e in particolare modo i parigini che sono maestri dell’entente de la vie, l’arte di vivere, mai incarnata così bene da quegli invitanti bistrot, profumati di caffè e tarte tin. I più particolari sono certamente Le Rotonde, dove si trovavano Hemingway, Fitzgerald, Picasso e Dalì o Le Montana, un locale più moderno e chic ritrovo dei registri parigini negli anni 60’ come Jean Luc Godard.

Ma dov’è ora il fascino disincantato dei caffè letterari? Il loro profumo? Non ne abbiamo bisogno, perché il confronto e il dialogo non fanno più parte della nostra società e il caffè ha perso il suo ruolo di centro creativo per giovani sognatori. È vissuto solo dai pochi alternativi bohémien dei giorni nostri. Perché non sentiamo più il desiderio di partecipazione ed elogiamo invece l’individualismo? D’altronde l’amaro è il retrogusto della nostra vita, il caffè ci aiuta solo ad assaporarlo meglio.

Maria Flora Montecchi (redattrice de “L’Acuto“)

L'Acuto è la testata studentesca del Liceo Gioia di Piacenza, che periodicamente condivide i propri approfondimenti con i lettori di Sportello Quotidiano.

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