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“L’anonimo mocassino” di Manuela Cornelli – Sono caduta nel tunnel del pregiudizio

Agli inizi del Duemila, Manuela Cornelli partecipa a un concorso letterario sull’apparenza. In quel periodo sta convivendo con una creatura scomoda: l’anoressia, che diventa protagonista dei suoi testi autobiografici. Dopo dieci anni di lotta, n’è uscita alla grande e ha accettato di condividere le riflessioni di diciassette anni fa con i lettori di Sportello Quotidiano.

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L’ANONIMO MOCASSINO 

Sembri tanto sicura di te stessa, hai sempre tutto sotto controllo. Emozioni ponderate, dettagliatamente costruite. Un impercettibile cambiamento e ti ritrovi con il culo per terra. Sai per certo ciò che accadrà nell’arco delle prossime ventiquattr’ore. Fino a quando ti ritrovi un bigliettino sul motorino che hai parcheggiato davanti al supermercato. Un banale, oltretutto brutto, foglietto che dice: “Mi piacerebbe conoscerti… Numero telefonico e firma”.

Cosa fare? Guardati intorno Manu, magari ti sta spiando da un angolino, lui ti vede e tu non sai che volto abbia. Vedo vicino a me due donne, un bambino di otto anni e un uomo che ha passato la settantina; no, mi sa che non è uno di loro. Sarà sicuramente uno scherzo, a me non capitano più queste cose (cacchio parlo come una settantenne), mi sono messa nelle condizioni di non farle accadere. Ho cementato (ecco che per la prima volta sfrutto il mio diploma da geometra!) la mia anima, l’ho murata viva e ora, per così poco, perché la sento picchiettare per liberarsi? Odio questa sensazione: io indifferente, io invulnerabile, io asessuata. Non posso ricredermi. Oddio perché non potrei, cosa sono diventata? No, è giunta l’ora di mettermi in gioco. Tentenno per una giornata e poi mi decido a mandare un messaggio (molto più distaccato e freddo ): “Ti sei confuso con qualcun’altra”. E così inizia una relazione telefonica in cui ho modo di conoscere questo anonimo corteggiatore che ora ha un nome.

Buoni argomenti, domande non troppo invadenti, risposte soddisfacenti e l’optional di una bellissima voce. Ammetto che mi affascina, mi fa sentire bene. Il problema è che vuole uscire. Voglio vederlo? E se ne rimanessi delusa? No, non è possibile; è maturata dentro di me la convinzione, vera e propria, che l’aspetto fisico non potrà mai, in nessun modo, condizionare le mie scelte o modificare le mie sensazioni. Roba da persone superficiali, e io certo non la sono. Io vado oltre, sono contro i pregiudizi di ogni tipo, specialmente così banali come l’esteriorità. Che belle parole! Ma soprattutto che grande cazzata! Penosa scenetta si prospetta.

Ho accettato l’invito ad incontrarci una sera per svelare la sua identità, per vedere che faccia ha la voce che mi ha riportato per un po’ nel mondo dei comuni mortali, che mi ha fatto abbassare la guardia e resa meno asociale. Come può andare male con dei presupposti così?

Ore 20.30. Nel luogo prefissato arriva una grossa macchina che non può non essere che la sua… panico , tremore, sudore, curiosità a livelli dolorosi. Scappo? E’ più bella l’attesa e il mistero, un dolce e fertile farsi male. Ops, troppo tardi. L’incubo ha inizio da una gamba che lentamente sbuca dalla macchina e poggia sull’asfalto. Mi si presenta alla vista un mocassino da pensionato in vacanza, SENZA CALZE!

La figura intera conferma la prima viscida sensazione; fiero di sé, eccolo nel suo completino di jeans, giacca, camicia e pantaloni tutti nella stessa tonalità. Avete presente il paninaro anni ’80? Lui ne era il prototipo.

Fisso inerme quei pantaloni così corti, troppo corti, che si stringono all’altezza della caviglia, tanto per far risaltare i già citati MOCASSINI-SENZA-CALZE. Coraggio Manu, guarda più in sù, magari… Magari un accidenti. II sorriso a tutto denti illumina la sera, peccato che potrei passarci intera tra i due incisivi. Oh no, è sempre peggio; i capelli poi, lunghezza li-sto-facendo-crescere; purtroppo solo verso il basso. La mancanza di peli sulla testa è più che evidente, forse quando li ha persi se li è messi da parte per applicarli su quel petto messo in bella mostra da quattro bottoni lasciati strategicamente aperti. Squallore. Non lui, io. Io che andavo fiera delle mie convinzioni, dei miei discorsi sempre dettati dalla certezza di valori miei, tratti dall’esperienza diretta.

Sono caduta nel tunnel del pregiudizio. Quei brutti pensieri li ho avuti veramente; che razza di persona sono? Voglio andare a casa, mi vergogno a passeggiare con un tipo del genere. La serata passa ma io sono ritornata nel mio limbo, non ascolto più nulla. Prova a baciarmi, scappo inorridita. Sono proprio pessima. Dopo alcuni giorni riesco a troncare anche il rapporto via telefono. Ho scoperto un altro lato orrido di me e dovrò farne di strada per migliorarmi. Quella sera ho perso un’occasione d’oro per farlo.

Manuela Cornelli

«Affrontai gli ultimi due anni di scuola superiore in piena anoressia. Nel 1998, durante l’esame di maturità, pesavo trentacinque chili. Mangiare solo una mela al giorno, rifiutando il pranzo e la cena, mi conferiva il potere di modellare il mio aspetto e di assumere la mia forma. Cioè una non-forma». Con i lettori di Sportello Quotidiano, ha accettato di condividere i racconti autobiografici sull'apparenza scritti agli inizi del Duemila, durante la lotta con l'anoressia.

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