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salute

«Il cancro è un inquilino scomodo». Lucia Peccarisi e le sue poesie che irradiano di vita la malattia

Per Oriana Fallaci il tumore era un alieno che abitava il suo corpo. Per Lucia Peccarisi, scrittrice cinquantunenne di origini salentine, è un «inquilino scomodo che fa ciò che vuole a casa tua, mentre vivi sperando che se ne vada».

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Un’anoressia restrittiva, la lotta contro tre tumori e la scrittura come mantra per non rinunciare a esprimere la propria femminilità. Anche di fronte al corpo che muta e ai capelli che cadono. «Ho sofferto a lungo di disturbi alimentari, poi mi hanno diagnosticato un tumore all’utero, così ho dovuto compiere uno sforzo per superare i blocchi mentali e rinvigorire il mio corpo». Lucia Peccarisi, scrittrice cinquantunenne di origini salentine, è elegante e garbata. Non ha sovrastrutture, non fa la vittima e non si eleva a eroina spavalda – atteggiamenti che avrebbero comunque tutto il diritto di esistere -, ma parla delle sue esperienze cliniche con grande serenità. Con due occhi spalancanti che, ogni tanto, s’inumidiscono, e un tono di voce che non bada a incertezze, regolato sul calibro di chi sa raccontare e raccontarsi. Anche le sue poesie sono schiette. «Il cancro si combatte manifestando la potenza della vita, non smettendo di progettare, ideare e immaginare. La scrittura mi ha aiutato tantissimo».

La sua ultima raccolta (disponibile online a questo link) si chiama “Donna”, un ebook pubblicato nel settembre 2016, al termine del primo percorso di chemioterapia. «Vorrei che diventasse un libro cartaceo, con il ricavato interamente destinato al reparto oncologico dell’ospedale di Piacenza. Riunisce versi sull’amore, sullo stalking, sull’anoressia». Fin da giovane ha studiato da autodidatta, vincendo alcuni riconoscimenti importanti, come il premio internazionale di letteratura “Terre di Liguria” o l’ottava edizione di “Padus Amoenus”. La poesia “Anima imperfetta”, «portavoce di ciò che succede quando si antepone la voglia di vivere al cancro», è il simbolo della sua opera:

Raccolsi tutto ciò che si poteva
quel giorno, ricordo,
ad esorcizzare un pianto silenzioso
lungo una vita passata.
E quella comunione di ricordi non era più alienante.
Capii solo allora che era un giorno di festa.

“Anima imperfetta” è anche il titolo del volume edito nel 2009 da Over Ad’Art Libri, arricchito da una prefazione del suo «mentore» Franco Scepi, che raccoglie le riflessioni interiori sull’anoressia. «Ho conosciuto i disturbi alimentari all’età di sedici anni, soggiacendo totalmente a ventitré. Non sono mai stata una “mangiona”, ma sono giunta al punto di prepararmi solo la colazione, digiunando per il resto della giornata oppure saziandomi con un po’ di uvetta. Non ho mai assunto lassativi o indotto il vomito, ma non mi sono nutrita a lungo e ho praticato molto sport», rivanga Lucia, che non cita volentieri le cause che l’hanno portata ad arrendersi a questo meccanismo nervoso. «A sei anni ho subito un approccio “poco simpatico” da parte di una persona al di fuori della sfera famigliare. In età adolescenziale ho cominciato a elaborare quell’atto violento, scaricandomi addosso le colpe. Per difendermi dall’incubo, non mangiavo nulla: in questo modo, non sarei cresciuta e non sarei divenuta appetibile agli occhi dei maschi. Così è nato il malessere, spingendomi a voler primeggiare e ad avere la mania della perfezione, per non riuscire davvero a guardarmi dentro. Ero cosciente della mia gabbia mentale, non nutrendomi per risolvere qualsiasi difficoltà».

Nel 2006, però, suo padre muore di cancro, e lei prova a ragionare: «Mi sono ripetuta: “Io lotto per morire, lui ha lottato per vivere”. Ne sono uscita, mangio regolarmente. Le anoressiche non hanno voglia di morire e non sono delle donne viziate che mirano a farsi notare, ma desiderano stare in una veste che non può essere la loro. Ai miei genitori non ho mai pronunciato la parola “anoressia”, vent’anni fa era troppo spaventosa».

Lucia Peccarisi durante il periodo di chemioterapia

Nel 2015, durante un controllo di prassi dal ginecologo, i medici individuano in Lucia un tumore all’utero, che ne comporta l’asportazione. «Dopo tre mesi, hanno rilevato inaspettatamente un carcinoma nel cervello di mia mamma, che è morta a causa di una diffusione di metastasi cerebrali. Nel frattempo, ho iniziato a sentirmi male: in ospedale, è arrivata un’altra triste notizia: lo sviluppo di un linfoma non Hodgkin. Ho pensato che non fosse possibile, che si trattasse di un accanimento nei miei confronti. Ne ho preso atto e, per sdrammatizzare, ho scherzato sulla situazione con i miei splendidi amici. Se non si ride, si soccombe. I dottori mi hanno prescritto sei cicli di chemioterapia. La perdita dei capelli non è stata un problema, nemmeno l’ago inserito costantemente nel collo per iniettare i farmaci, che io ho soprannominato “Bulgari” come un gioiello. Quando sono rimasti a chiazze, li ho rasati. Per altre donne, invece, la calvizie innesca l’annullamento della femminilità. Lo scoglio gigantesco che ho attraversato è stato l’aumento del peso, ma ho imparato ad accettarlo. Il linfoma è stato sconfitto. Nel novembre 2016 mi è stato diagnosticato un adenocarcinoma polmonare, neutralizzato con immediatezza».

Per Oriana Fallaci il tumore era un alieno che abitava il suo corpo. Per Lucia Peccarisi è un «inquilino scomodo che fa ciò che vuole a casa tua, mentre vivi sperando che se ne vada». La sua poesia “Vincono i sogni” è una portentosa rivendicazione del diritto – anzi, del dovere – alla speranza.

Mi hai lasciato il giorno
rubandomi la notte.
E da silente come sei,
CANCRO,
non ti sei accorto che i miei sogni
sono ancora tutti qua.
Viaggia tu nel buio,
la mia strada illuminata resterà.

Per aver conservato i piedi su questa “strada illuminata”, ringrazia anche il suo cane Willy, morto lo scorso settembre di vecchiaia. «Gli animali domestici rappresentano una terapia meravigliosa per i malati oncologici. Accompagnandolo a spasso, ho continuato a passeggiare, ad allenare i muscoli e a interagire col mondo. Ero pelata e con un tubicino nel collo, ma Willy mi rasserenava e mi leccava la testa. Per lui ero bella. Ero sempre la stessa».

Thomas Trenchi

Creatore e gestore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Collabora con il quotidiano Libertà e l'emittente Telelibertà. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Regista del documentario "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), curatore della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018).