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cultura

Fra buddismo, arte e fotografia: alla scoperta dei viaggi straordinari di Michele Affaticati

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“Ogni cosa è illuminata”. Può sembrare un claim pubblicitario, ma è uno degli approcci alla vita teorizzati dal buddismo. E di questa filosofia, fatta di spiritualità ultra sensoriale e nello stesso tempo praticità terrena, non solo è impregnata la sua fotografia, ma anche la sua stessa esistenza.

Forse non potrebbe essere altrimenti per Michele Affaticati, 25 anni, fotografo e filmaker che domenica 22 aprile presenterà nel centro Igea Yoga Benessere di via Zilocchi 6 a Piacenza la mostra “Viaggi straordinari”. Sarà visibile dalle 14 alle 24, con proiezioni di video e scatti realizzati in Argentina, Etiopia e Islanda. L’autore sarà presente dalle 21 e spetterà a Thomas Trenchi (giornalista di Sportello Quotidiano) dialogare con lui per far emergere segreti, aneddoti e curiosità su mete e itinerari davvero spettacolari.

Ogni viaggio è infatti organizzato in maniera autonoma, esplorando l’intero paese con mezzi locali per circa un mese e i video sono fra il naturalistico e la landscape art, in modo da cogliere, appunto, i paesaggi più straordinari di ogni paese, anche con l’ausilio di un drone.

L’ingresso gratuito e il buffet di certo invogliano alla partecipazione. Ma, statene certi, dopo aver visto i suoi lavori potrebbe accadervi di faticare a ingoiare il salatino, rimanendo a bocca aperta dallo stupore. Prima dell’incontro lo abbiamo contattato, per farci dare qualche anticipazione.

“Ogni cosa è illuminata”. È un po’ il tuo motto, come mai?

«Io sono buddista, per cui senza entrare in discorsi troppo filosofici è un modo di vedere la vita. Dobbiamo guardarla al presente e ogni cosa risplende della propria natura».

Un atteggiamento particolarmente utile a un fotografo.

 «Certamente. Vuol dire il saper riconoscere la bellezza del mondo in ogni cosa».

Una bellezza che hai trovato nei paesi presi in esame dalla mostra, anche molto diversi fra loro. Come mai hai scelto proprio questi?

«Perché sono unici, con caratteristiche difficilmente o non ripetibili. L’Islanda è davvero un luogo a sé stante, incontaminato, primordiale. Ha una estensione pari a cinque volte l’Italia ma abitata da poco più di 300mila abitanti, quasi tutti nella capitale Reykjavík. Per raggiungere i luoghi più interessanti si possono percorrere molti chilometri senza vedere anima viva. L’Etiopia mi incuriosiva per la zona vulcanica, in cui il terreno prende colori gialli, rossi, verde acido. Mentre in Argentina mi sono concentrato sulla Terra del fuoco fino a Ushuaia, la città più a sud del mondo».

Anche il modo di viaggiare è particolare, perché li hai esplorati attraverso mezzi locali. Cosa cambia con questo modo di spostarti?

«Amo vivere la loro cultura, le loro tradizioni e anche vederli vivere quotidianamente, anche un po’ all’avventura. Poi adoro essere indipendente, senza agenzie di viaggio che ti portano dove vogliono. Con mezzi pubblici o noleggiati sul posto puoi fermarti dove preferisci e quindi non avere vincoli».

Qual è il confine tra la fotografia naturalistica e l’arte?

«La fotografia portata a un certo tipo di livello e con alle spalle un pensiero teorico è da considerasi una forma d’arte. Anche quella naturalistica. Per quanto mi riguarda, esploro un paese e cerco di rappresentarlo attraverso le sue doti naturalistiche. Quindi, se parti dal concetto di affrontare un lavoro cercando di scoprire una parte artistica, è un tipo di lavoro che rientra nella landscape art».

Intervistando Monika Bulaj, altra grande fotografa, le chiesi: come fai a imprimere nei tuoi scatti i sentimenti? E lei mi risposte: credo che l’unico modo sia apprendere la tecnica talmente bene da dimenticarsene. Sei d’accordo?

«Assolutamente sì. Mi ricordo una frase simile di Orson Wells: per imparare la tecnica del cinema bastano due settimane, per farla con arte ci vuole una vita. La tecnica è la partenza, poi dipende come la usi».

Com’è cambiato il mestiere del fotografo e del videomaker nel tempo dei selfie e delle dirette social?

«Non vedo in modo negativo la diffusione delle foto e dei video con i cellulari. Ma li trovo un passatempo o un modo per trattenere un ricordo di un momento. Non parliamo però di arte o professionalità. Forse molti non riescono a percepire la differenza, all’inizio, ma poi il gap è visibile. Il lavoro è cambiato tanto attraverso i mezzi utilizzati, ma non a causa solo dei telefonini».

Certo è più difficile farsi un selfie con un drone…

«Sicuramente, serve studio e pratica. Ma anche paragonare un cellulare alla macchina fotografica non ha senso. Il fotografo, poi, non schiaccia solo un pulsante, ma percepisce la situazione, coglie l’attimo e conosce tutti gli aspetti e le potenzialità del suo strumento».

Scegli sempre dei luoghi da “wow”, ma quali sono quelli che hanno lasciato anche te a bocca aperta?

«Uno in Islanda clamoroso, una spiaggia nera sul mare piena di frammenti di ghiaccio anche di un metro. Sempre in Islanda le grotte di ghiaccio, in cui vedi 5-10 metri di strati di ghiaccio che ti portano verso il cielo. E in Etiopia, i colori dal verde acido al giallo davvero surreali».

Muove i primi passi alla Cronaca e dopo un anno passa alla Libertà. Nel frattempo entra nella redazione di Radio Sound. Da sei anni collabora con il Fatto Quotidiano e attualmente dirige le riviste Soccer Illustrate e Sport Tribune, oltre a essere tra i contributors di Riders magazine.