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salute

Aids e Hiv, oltre il pregiudizio: «Alla Pellegrina si combatte anche la disinformazione»

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4 minuti di lettura

Quando qualcosa ci fa paura, istintivamente distogliamo lo sguardo.

Anzi: se possibile ci allontaniamo a passo svelto. Soprattutto se crediamo che la paura si possa trasformare in un pericolo concreto.

Sorta un quarto di secolo fa, la casa accoglienza Don Venturini è il luogo dove questo non accade. Succede, invece, proprio il contrario.

E così subito fuori Piacenza – in località La Pellegrina, nome favoloso che è divenuto il suo soprannome – la struttura accoglie pazienti affetti da Hiv o Aids per garantire loro una vita piena. Fondata dalla volontà della Caritas Diocesana, gestita dall’Associazione La Ricerca, ha attraversato gli anni in cui di quel contagio silenzioso non si voleva neppure parlare cercando non solo di fare il bene dei propri ospiti, ma anche di organizzare manifestazioni che “contagiassero” la città di consapevolezza e voglia di condividere il percorso.

Thomas Trenchi ha raccolto nel libro “La Pellegrina” con Papero Editore (clicca qui per acquistarlo) storie che sono un insieme di consapevolezza e di rinascita, di amore per la vita e di piccole vicende quotidiane. È bello scoprirle pagina dopo pagina.

Qualche anticipazione nell’intervista che abbiamo rivolto all’autore, che è poi – fra le altre cose – anche il fondatore di Sportello Quotidiano.

Thomas, com’è nato questo libro?

«Ho conosciuto la Pellegrina lo scorso novembre, quando ho intervistato Alessandro – uno dei pazienti della casa accoglienza – e ho capito che un articolo non sarebbe bastato per raccontare le vicissitudini di una vita così ricca, incredibile, piena di errori e di altrettanta voglia di riscatto. Così, accanto alla sua storia, ho raccolto le interviste a Mauro, Federica, Ornella, Marina e altri pazienti della struttura. Ringrazio Papero Editore, che ha creduto in questa pubblicazione».

L’Aids è una malattia che negli anni ’90 ha scosso le coscienze, mentre ora sembra una minaccia lontana. Come sono visti e come si sentono oggi coloro che invece ne sono affetti?

«A volte, non sono visti. Rischiano di essere invisibili. La percezione della gente – anzitutto la mia, prima di queste settimane a contatto con la Pellegrina – è nulla: in tanti pensano che l’epidemia da Aids e Hiv non esista più, perciò non si informano, non ascoltano e non approfondiscono. Ed è proprio in questo squarcio che il virus si diffonde: nella disinformazione. Ho intervistato anche i dottori Alessandro Ruggieri e Giovanna Ratti, che mi hanno riportato numeri importanti: sono circa 700 i pazienti con infezione da Hiv che accedono almeno una volta all’anno nel reparto malattie infettive dell’ospedale di Piacenza. È fondamentale, a mio avviso, l’impegno encomiabile della responsabile Francesca Sali e degli operatori a farsi conoscere su tutto il territorio con iniziative pubbliche».

Hai ripercorso la storia di questa malattia, ma anche il grande lavoro della casa d’accoglienza Don Venturini. Come hai selezionato le storie?

«Non le ho selezionate, ma ho dato spazio a chiunque volesse raccontarsi mettendoci la faccia oppure mantenendo l’anonimato. Credo davvero che alla Pellegrina non ci sia nulla da “scartare”: ogni esperienza di vita vale la pena di essere svelata. Le tappe biografiche di chi abita nella casa accoglienza rappresentano, a modo loro, uno spaccato di società in miniatura».

La casa d’accoglienza Don Venturini, detta anche “La Pellegrina” dalla zona che la ospita, che luogo è? Cosa ti ha colpito del loro lavoro?

«La passione di tutti gli operatori, che vivono questo mestiere come una missione. Instaurano coi pazienti un rapporto diretto e personale, anche per scopi terapeutici, e settimanalmente svolgono colloqui ad hoc per capire la maturazione del soggetto. Il paziente, la cui sieropositività è solo una delle tappe di un passato difficile e solitario, man mano acquisisce spazi d’autonomia: dall’utilizzo del cellulare alle uscite in città. La casa-accoglienza si trova a pochi chilometri dalla Besurica, in mezzo ai campi, in un luogo che nelle prime righe del libro definisco simbolico: sulla strada Agazzana, a metà strada tra la città e la provincia, tra Piacenza e la Val Trebbia. A metà strada, appunto: come i pazienti intervistati che convivono tra la trasparenza e l’opacità».

Quali sono le immagini dei malati di Aids che davvero farai fatica a toglierti dalla mente?

«Ricordo l’incontro con Federica, ospite della Pellegrina dal 2015, che al mio arrivo mi ha aspettato di fronte all’ingresso, agitatissima ma felice: “Stamattina devi intervistarmi, tocca a me”. E in quel momento ho avuto un po’ di paura, pensando alla responsabilità di prendere in mano le loro storie e trasportarle sulle pagine del libro senza impossessarmene, condannarle o idealizzarle. E poi le strette di mano: ognuno di loro, ancor prima di salutarmi, si concentrava sulla stretta di mano. Penso per affermare con forza – implicitamente o esplicitamente – di non essere contagioso al contatto con la pelle o al respiro, come purtroppo i falsi miti hanno fatto credere».

Cosa pensi che questo libro possa lasciare al lettore?

«Sinceramente? Non lo so. A me ha lasciato un valore tangibile, mai abbastanza ovvio prima di essere sperimentato sul campo: scrostare lo strato superficiale e andare oltre l’apparenza».

Dove possiamo trovarlo?

«Nelle librerie di Piacenza e sui principali canali di vendita online».


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Muove i primi passi alla Cronaca e dopo un anno passa alla Libertà. Nel frattempo entra nella redazione di Radio Sound. Da sei anni collabora con il Fatto Quotidiano e attualmente dirige le riviste Soccer Illustrate e Sport Tribune, oltre a essere tra i contributors di Riders magazine.