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cultura

Più voci al lavoro per un unico romanzo, ecco la scrittura collettiva «simbolo di libertà e ribellione»

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"1, 2, 3 ... tocca a te!", il nuovo romanzo thriller scritto da 7+1 autori
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«In una società caratterizzata da estremi individualismi ed egoismi profondi, poter esprimere – anche sotto forma di romanzo – una voce comune diventa manifestazione di libertà e ribellione». Nasce così l’attività dal Teatro del Banchéro, un gruppo ligure di scrittura collettiva che l’anno scorso ha partorito il romanzo thriller “1, 2, 3… tocca a te!”. Gli autori, che lo hanno scritto con la supervisione di Gianni Cascone, sono Roberta Andreetto, Marco Barberis, Moreno Campodoni, Corrado Chiarabini, Alberto Panizzi, Patrizia Peotta e Carmen Ramò.

È la storia di un trentenne rampante, a capo della sezione informatica di una grande multinazionale, che intravede la possibilità di arricchirsi vendendo a una concorrente i segreti che la sua azienda sta utilizzando per derubare delle sue risorse naturali (terre rare) il territorio provenzale al confine con il Piemonte. Il colpo gli riesce ma non tutto fila liscio: l’informatico finisce in un vortice di sospetti, paranoie, minacce più o meno reali, che avranno un esito imprevedibile.

Per raccontare la loro attività, il mezzo migliore è ovviamente quello dell’intervista collettiva.

Come nasce l’idea del romanzo collettivo?

Marco Barberis: «Abbiamo iniziato con lo scrittore Gianni Cascone un percorso a partire dal 2003. Alcuni anni dedicati alla drammaturgia con gli allievi attori della nostra scuola di teatro, poi dal 2008 solo scrittura. Siamo partiti con racconti individuali sui temi della memoria, del territorio, del mare o del confine. È stato sul “confine” del racconto, che è diventato necessario oltrepassarlo, affrontando l’avventura vera: la scrittura di un romanzo. Il primo a sentire questa necessità è stato ovviamente Gianni. Un piccolo gruppo di persone, sei, sette si era consolidato nel tempo. Un gruppo aperto che aveva migliorato la propria scrittura. Il passo verso il romanzo era ovvio. Come potevamo però in un solo laboratorio scrivere sette romanzi individuali?  Impossibile. La soluzione era davanti ai nostri occhi: dovevamo scriverlo insieme. Il giuoco del romanzo fu il titolo significativo dato al progetto, titolo che resiste ancora oggi quando di romanzi ne abbiamo scritti cinque (di cui tre pubblicati). Siamo abbastanza grandi, si potrebbe dire, da poter giocare seriamente. Confesso che sette anni fa l’impresa mi sembrò ardua. Guardavo i miei racconti, le poche pagine messe insieme, le mie difficoltà nel creare un personaggio e pensavo che sarebbe stata dura. Al contrario Gianni aveva piena fiducia nel progetto e con la sua calma, la sua simpatia, legate a una grande professionalità ed esperienza, (una specie di Gandalf) ci ha condotto per mano senza imporre nulla affinché raggiungessimo la giusta consapevolezza. È stata anche per lui una sfida: vinta».

Come gestire in un’unica opera le varie menti e fantasie al lavoro, arrivando a una sola voce?

Roberta Andreetto: «Un’unica voce composta da più voci totalmente diverse, per indole, timbro, sensibilità, utilizzo e risonanza. Accordarle non sempre è facile, eppure con la consapevolezza e la capacità di rinunciare al proprio narcisismo, gli strumenti (le voci) si inseriscono in uno spartito a comporre un unico brano, dove ognuno mantiene la sua innata caratteristica. Il come non ha una regola fissa. Spesso si creano come per incanto dei sincronismi perfetti, altre volte qualcosa stona e ci riproviamo: qualcuno abbassa il volume per lasciare spazio e valorizzare un altro strumento; qualcun altro si affianca con una nota per esaltare un passaggio. Nella pratica vera il lavoro è difficile ma stimolante e indispensabile perché ognuno di noi ha bisogno dell’altro nella costruzione del romanzo. Occorre saper essere soprattutto degli ascoltatori attivi e concentrati -i dettagli sono importanti- e sperimentare/scegliere percorsi che prevedono una collaborazione sapiente nella successione e nell’analisi dei testi scritti singolarmente o a più mani. Con tutto il materiale a disposizione è come costruire un mosaico con tante tessere ad incastro di dimensioni diverse e capire come farle combaciare. Lo stesso dicasi per una composizione musicale partendo da una nota, e accostarla via via alle altre; o per una tela bianca dove tanti colori si sono spalmati e amalgamati a formare una piccola e unica opera, e i particolari, visibili, non sono trascurati. La pratica e l’armonia del gruppo, che si è creata e si rinnova attraverso il confronto, il dialogo, la discussione e il gioco, è l’ingrediente principale. Così forte da ingannare il lettore che non riesce a distinguere stili narrativi diversi tra loro».

Come funziona la scelta della trama e il processo di scrittura?

Patrizia Peotta: «In previsione dell’inizio del laboratorio Gianni Cascone ci indica uno spunto, un tema o un compito preciso e ci chiede di elaborare delle idee in merito a ipotesi di trama e il punto di partenza è sempre diverso. Va detto che gli incontri sono organizzati durante il weekend, uno al mese per almeno sei mesi e che va fatto un sacco di lavoro a casa. Al primo incontro si leggono tutti i progetti, si scambiano le impressioni e si arricchiscono le varie ipotesi con le idee di ciascuno. Tutto viene contaminato dalle suggestioni offerte dall’ascolto degli altri. Quindi si prova a elaborare una trama complessiva sulla base di tutte le diverse proposte, valorizzandole secondo le necessità dell’opera che inizia a intravvedersi. È qualcosa di magico, di alchemico quasi, ogni personaggio, ogni storia prende una strada imprevista, imprevedibile, per intrecciarsi con quelle degli altri in modi davvero sorprendenti e inaspettati. È qui che Gianni dà il massimo di se, nell’ambito della discussione che coinvolge tutti, lui riesce a includere le varie idee e proposte nella struttura del romanzo, anche le più distanti tra loro, mediante la creazione o trasformazione di personaggi e sotto trame dell’impianto principale. Ci si avvia quindi a definire i capitoli (o passaggi necessari della storia) e, a grandi linee, il contenuto degli stessi in maniera funzionale al progredire della trama. Poi a ognuno di noi viene assegnato il primo vero compito per l’incontro successivo, uno o più capitoli della storia, a volte una ricerca su un tema. La scrittura dei capitoli avviene ovviamente in maniera individuale da parte di ognuno di noi, tra un incontro e l’altro, salvo doversi coordinare e confrontare con gli altri per quei capitoli in cui più personaggi interagiscono tra di loro. Quando ci si incontra nuovamente, si leggono i vari testi e si apre una discussione su ciascuno di essi, a volte proponendo modifiche, integrazioni ed eventuali approfondimenti o tagli. Tutti i partecipanti esprimono le loro impressioni, positive ma anche negative, e le loro perplessità sul lavoro degli altri. Se necessario si chiariscono i punti su cui non c’è stata una perfetta intesa. È la grande bellezza del laboratorio! Ognuno di noi ha un gruppo di persone che lo ascolta e che, in ogni caso, gli restituisce l’emozione che la lettura del testo ha suscitato. Ogni scrittore immagino abbia un gruppo di persone fidate con le quali confrontarsi sulle cose che scrive, per capire se quello di cui parla coglie nel segno. Noi siamo gli uni per gli altri gli ascoltatori fidati, privilegiati. Alla fine Gianni suggerisce eventuali modifiche funzionali allo svolgersi della trama, ma soprattutto alla piacevolezza della lettura, introducendo a volte idee nuove che si sono manifestate nel corso della discussione. Io prendo parte a questo laboratorio ormai da alcuni anni e mi sono resa conto che la trama che esce dalla prima parte del lavoro è un po’ come il filare ordinato di una vigna. Pali e fili (uno spartito quasi) sui quali la storia, come la pianta della vite, è invitata a crescere, e lei si avvinghia e si intreccia in maniera autonoma e sorprendente. Così il romanzo a volte si trova a percorrere strade non previste, a cambiare rotta, e a volte i personaggi sorprendono i propri autori con gesti o parole impensate. In questo modo si arriva alla fine del romanzo collettivo: il finale poi, pur già abbozzato fin dall’inizio del progetto è oggetto di ampie discussioni e anche di colpi di scena per le idee che sono maturate nel corso della scrittura. Questa è la magia del laboratorio, qui ogni singolo apporto di ciascuno di noi si trasforma e diventa il lavoro di tutti noi indistintamente».

Quali sono i lati negativi e quelli positivi della scrittura collettiva?

Carmen Ramò: «La scrittura collettiva è una vera e propria fucina d’idee che non si limita a mettere insieme le diverse istanze dei singoli partecipanti ma le elabora, amplifica e condivide. I vantaggi sono evidenti sia per chi scrive che per il lettore, infatti questa narrazione dà voce a una collettività e diventa quasi espressione dell’inconscio di un intero gruppo, come accade con i miti. Obbliga a una condivisione empatica e partecipata tutti i membri, che non possono non trasmettere le loro stesse emozioni a chi legge. La scrittura, in tal modo, è un vero e proprio giuoco proposto al lettore che non risulta più solo un ricettore passivo; coloro che leggono i nostri libri spesso comprendono la natura del racconto e si identificano con le varie sfaccettature del Narratore che, a questo punto, si presenta come un soggetto unico ma poliedrico. Gli svantaggi sono legati al lavoro che i singoli scrittori devono fare su loro stessi, alla difficoltà a rinunciare a qualcosa della propria individualità. L’autore è obbligato a imparare a non buttarsi nella scrittura in modo istintivo per rappresentare le sue emozioni più profonde, i suoi traumi e le sue paure inconsce ma deve mettere in discussione e confrontare tutte queste istanze per renderle universali e condivisibili. È un lavoro difficile e impegnativo che può togliere immediatezza e spontaneità».

"1, 2, 3 ... tocca a te!", il nuovo romanzo thriller scritto da 7+1 autori

“1, 2, 3 … tocca a te!”, il nuovo romanzo thriller scritto da 7+1 autori

“1,2,3… tocca a te!” sembra voler interagire con due livelli umani: quello materialista e quello sentimentale. Quale giudizio sulla società moderna ne esce?

Corrado Chiarabini: «Nel romanzo risaltano indubbiamente tutte le caratteristiche della società moderna che ormai sono universalmente riconosciute: materialismo, individualismo, ricerca del profitto a qualunque costo, venerazione del denaro, cinismo, prevaricazione. Si potrebbe discutere se tali caratteristiche abbiano avuto origine dal sistema economico dominante per poi permeare ogni aspetto della vita dei singoli, oppure se siano insite nella natura umana e perciò abbiano prodotto un sistema economico come quello odierno. Ma non è questo il punto. Al di là di uno sguardo il più possibile obiettivo su alcuni aspetti della società di oggi, nel romanzo c’è una grande attenzione per il travaglio personale e il mondo psicologico dei personaggi principali. È interessante notare come nel protagonista convivano in uno spazio e in un tempo ridotti elementi psicologici che sembrano agli antipodi. Così egli a distanza di pochi istanti è capace di pensieri gretti, azioni meschine, e sentimenti puliti, rimorsi autentici, fino allo slancio eroico. La società moderna, con le sue idiosincrasie e le sue ingiustizie, non rappresenta che uno sfondo, sul quale si sviluppa un intreccio di vite umane, con le loro contraddizioni, le loro illusorie speranze e convinzioni. Se si vuole parlare di due livelli umani presenti nel romanzo, si dovrebbe piuttosto fare riferimento al labile confine tra il mondo reale e il mondo onirico, che non vuole semplicemente dire veglia e sogno, ma due immagini che si trasformano continuamente in dissolvenza l’una nell’altra nella vita quotidiana di ognuno di noi».

I giovani si avvicinano ai corsi di scrittura?

Lorenzo Barberis: «Penso che letteratura sia un porto nascosto a cui si accede seguendo molteplici correnti e varcando differenti entrate: che la si raggiunga attraverso il cinema, il fumetto, il libro o la vicenda raccontata al bar poco importa. Forse con un eccesso di ottimismo, non considero la letteratura un bene in crisi, un valore da salvaguardare e tramandare per combattere il rischio dell’estinzione. Chi vuole leggere o scrivere troverà sempre, a discapito delle mode, delle assuefazioni e delle semplificazioni politiche, una penna pronta ed una pagina aperta ad accoglierlo. Allo stesso modo non considero quella dei giovani una categoria particolarmente debole per quello che riguarda la lettura o la scrittura, mi limiterei piuttosto a convenire con altri che, in un mondo sovrappopolato da differenti culture mediatiche, quella della letteratura sia diventata una scelta sempre più singolare e meno ovvia, specialmente per le nuove generazioni. Una piccola verità mi concedo però di esprimerla: la migliore strategia per attirare l’interesse di qualcuno è quella di ignorare l’identità, la natura e il nome del destinatario. Meno di tutti gli altri i giovani amano essere chiamati giovani, ed è per questo che non comprenderanno mai il vostro stupore quando sulle loro mensole troverete ugualmente i romanzi di C.S. Lewis e le poesie di Silvya Plath. È innanzitutto la capacità di trascendere i limiti del corpo e del tempo che permetterà alla scrittura e alla lettura di non decadere mai».

Quali sono le attività che portate avanti nel Teatro del Banchéro di Taggia?

Marco Barberis: «L’attività per la quale siamo più conosciuti è la scuola propedeutica di teatro Officina, con più di 120 allievi, che da oltre vent’anni porta professionisti affermati del mondo del teatro e del cinema a insegnare a Taggia, borgo antico della Liguria di ponente, il secondo per grandezza dopo Genova. Mi vengono in mente, per citarne alcuni, Luigi lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Daniele Ciprì, Hal Yamanouchi, Pino Petruzzelli, i nostri direttori Marcello Prayer e Giorgia Brusco o il magico e compianto Emanuele Luzzati. Molti dei nostri ragazzi sono poi andati a frequentare scuole di teatro a Milano, Roma, Torino. Quest’anno abbiamo iniziato una collaborazione internazionale col Teatro Nazionale di Nizza, diretto da Irina Brook, grazie al regista Renato Giuliani. Da alcuni anni organizziamo un Festival di Teatro nell’anfiteatro del Castello che sovrasta il borgo (Taggia in Teatro), e da oltre quindici curiamo la parte teatrale di una manifestazione estiva sulle streghe, nell’entroterra ligure, a Triora (sede di un famoso processo): Strigora. Produciamo spettacoli per noi e per gli attori che lavorano con noi. Abbiamo vinto premi in tutta Italia, e collaboriamo anche con altre realtà del territorio. In questo contesto ha trovato il suo spazio il laboratorio di scrittura con Gianni Cascone, un progetto al quale io credo tantissimo. Non è un corso che vende modelli di scrittura o ricette per il bravo autore, è un luogo d’incontro in cui le persone, quelle vere in carne ed ossa, s’incontrano e si confrontano in maniera tutt’altro che virtuale sulle cose che scrivono. È qui che ognuno di noi può trovare le parole che tiene nascoste, le emozioni inaspettate e portarle alla luce. Alla fine tutto scorre così velocemente che sembra quasi impossibile aver scritto cinque romanzi, sei raccolte di racconti e, lo scorso anno, una contaminazione tra racconto e romanzo. Siamo sempre lì a giocare però, cerchiamo di rimanere aperti, di confrontarci sempre con altre persone. Così abbiamo dato vita negli ultimi anni a Banchéro Caffè un luogo d’incontro, molto conviviale, in cui il nostro spazio si trasforma in un Caffè con tavolini, musica, video per accompagnare gli scrittori, i giornalisti che vengono a parlare del loro lavoro, dei loro progetti. Il Teatro del Banchéro è soprattutto un luogo d’incontro e, senza presunzione, come recita il nostro payoff: diffonde cultura».

Classe 1998, è giornalista pubblicista. Collabora con il quotidiano Libertà e l'emittente televisiva Telelibertà. Ideatore e gestore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Creatore del documentario amatoriale "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), responsabile della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018). Per Telelibertà, ha curato lo speciale "I piacentini di Londra" per raccontare il fenomeno dell'emigrazione dei piacentini in Inghilterra nel secondo dopoguerra, con immagini, testi e interviste realizzate durante la festa della comunità piacentina nella capitale britannica dal 17 al 19 maggio 2019.

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