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Il vino a Piacenza è una faccenda seria. Da Michelangelo al Papa, tutti gli estimatori

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Il vino a Piacenza è una faccenda seria
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Il vino a Piacenza è una faccenda seria, non soltanto una bevanda alcolica o un prodotto da osteria. Eppure, non è abbastanza conosciuto al di fuori dei confini provinciali. Forse, perché neanche i piacentini stessi conoscono davvero la complessità del mondo che vi gira attorno, ora e nei secoli passati: personaggi e aneddoti che ne cantano le lodi. O più semplicemente che spiegano il rapporto del vino con il nostro territorio, mai normale, mai scontato, unico nel suo genere.

Ho raccolto alcune “chicche” spulciando annali e testi tematici, spero siano utili per ricordarci che prodotto prezioso abbiamo tra le mani, per gustarlo ancora di più e valorizzarlo al meglio che possiamo.

La storia dei vini piacentini

Il Gutturnio è stato inventato come uvaggio da Lucio Calpurnio Pisone. Se il nome non vi dice molto, pensate alla sua parentela: è il suocero di Giulio Cesare, giusto per avere un’idea di chi ha bazzicato la nostra città. Non un grande politico il nostro Lucio: preferisce decisamente il vino piacentino, tanto che Cicerone attribuisce ad esso la colpa delle sue scelte errate, dedicandogli un’orazione per ridicolizzarlo e sostenendo che ne è troppo ghiotto. Pisone ha comunque modo di rifarsi sul collega, dato che è il responsabile del suo esilio da Roma nel 58 a.C.

Scorrendo avanti di parecchi secoli, si giunge al 1534, l’anno in cui Paolo III Farnese viene eletto Papa. Ad esso pare sia legato il vino di Castell’Arquato, in particolare il Monterosso. In alcuni scritti, infatti, il suo bottigliere di fiducia, tale Lancerio, indica le zone della Val d’Arda come particolarmente votate per l’uvaggio, tanto da invocarne la messa a coltivazione nella sua interezza. Il Papa stesso chiude una discussione sui vini migliori indicando quello del borgo come “solo degno di tanti ingegni”. Non è una questione di patriottismo, i Farnese infatti arrivano nel ducato più avanti, seppur di pochi anni: e se fosse stata anche la bontà del nostro vino a spronarli alla presa del Piacentino?

Felice Gazzola

Felice Gazzola, ufficiale dell’esercito spagnolo

Il Papa e i Farnese, comunque, non sono gli unici ad apprezzarlo. Michelangelo, ad esempio, ha parte del pagamento per i magnifici affreschi della Cappella Sistina in botti piene del nostro nettare, fornitegli dal piacentino Giovanni Durante. Felice Gazzola osa ancora di più: l’ufficiale dell’esercito spagnolo nota che Re Carlo III sul vino è decisamente autarchico, elogiando solo quello prodotto in Spagna, così lo provoca con la scommessa di portargliene botti migliori da Piacenza. Ma il sovrano non accetta. Il Gazzola, convinto della sua idea, lo prende dunque alla sprovvista: invitandolo ad una colazione, gli offre del vino sublime e il regnante p costretto a chiedergliene provenienza e botti in quantità. Ebbene, si tratta del Bianco di Statto, zona famosa in passato per la produzione di vini dolci di categoria superiore. Peccato che si siano perse le tracce di questa tradizione.

Chiudo questo primo appuntamento del filone “Il vino a Piacenza è una faccenda seria” parlando dello Champagne di Bacedasco, il cui nome è frutto della genialità d’accostamento linguistico dei nostri contadini. È merito delle truppe napoleoniche l’arrivo a Piacenza del vitigno Marsanne, una qualità originaria della valle del Rodano e destinata – come il consumo umano della carne di cavallo – a entrare nella tradizione del nostro territorio. Trova infatti condizioni ideali di coltivazione in quella piccola zona della Val d’Arda, così simile per tipologia di terreno alla sua zona di origine. Nasce un vino frizzante e secco, che provenendo da un vitigno francese viene battezzato col più nobile dei nomi. Oggi viene utilizzato raramente in purezza, ma il suo fascino è rimasto intatto.

Davide Reggi

Prosegue…

Classe 1995, da amante folle di cibo e vino si laurea in Scienze Gastronomiche a Parma, dove inizia a coniugare la passione con la scrittura. Ama il silenzio ma anche chi sa parlare, tanto da avere l'ipod pieno di monologhi; venera Marco Paolini, Roberto Bolano e chiunque si esprima con un po' di intelligente leggerezza.