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cultura

«Una scimmia nascosta nella Gioconda, e non solo…». L’ipotesi dell’artista Pietro Satta

Alle porte dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, spunta una nuova ipotesi sulla chiave di lettura della Monna Lisa. Che stavolta parte proprio dalla somiglianza con i lineamenti da primate, evidente ruotando il volto ritratto di centottanta gradi: il bordo del velo detta il taglio della bocca, mentre le ombre sulla fronte plasmano la conformazione dell’animale suggerendone le guance.

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Pietro Satta con una riproduzione della Gioconda
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Capovolto a testa in giù, il viso misterioso della Gioconda ha quasi le sembianze di una scimmia. Non sarebbe il solo segreto nascosto tra le ombre del celebre quadro conservato al Louvre di Parigi, che da tempo esperti e studiosi cercano di decriptare. Alle porte dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, spunta una nuova ipotesi sulla chiave di lettura della Monna Lisa. Che stavolta parte proprio dalla somiglianza con i lineamenti da primate, evidente ruotando il volto ritratto di centottanta gradi: il bordo del velo detta il taglio della bocca, mentre le ombre sulla fronte plasmano la conformazione dell’animale suggerendone le guance.

Un colpo d’occhio di cui si è accorto, con una scrupolosità maniacale, l’arzillo 94enne piacentino Pietro Satta, pittore e mercante d’arte in pensione, che ammette di aver «sposato la Gioconda» data l’incredibile mole di tempo che le ha dedicato sotto la lente d’ingrandimento, «come un principe azzurro che l’ha risvegliata dal sonno profondo in un bosco pieno di enigmi». I suoi approfondimenti però sono molto più estesi della presunta «affinità con la scimmia». Infatti, scavando a fondo tra le “craquelure” – cioè le sottili screpolature sulla superficie del dipinto -, Satta sostiene di aver individuato «le prove che finalmente collegano Leonardo alla realizzazione della Sindone di Torino». Calma. Si rischia di mettere troppa carne al fuoco.

Il profilo capovolto della Gioconda che, secondo Satta, assomiglia a una scimmia

Le basi della ricerca e la scoperta della scimmia

Per comprendere a pieno la sua teoria, bisogna procedere con estremo ordine, svelando anzitutto il filo conduttore che ha seguito: «I difetti sul volto della Gioconda e certi aspetti singolari del paesaggio, in realtà, sono stati appositamente voluti e creati dal genio di Leonardo, il quale intendeva nascondervi il suo diario personale che, se fosse diventato subito di dominio pubblico, l’avrebbe posto nel mirino dell’Inquisizione con l’accusa d’eresia e sodomia. Possibile che nessuno abbia mai pensato di indagare la Gioconda cominciando da alcuni apparenti errori che di certo non possono essere accettati come imperfezioni dell’autore?». Da qui, appunto, Satta ha incastrato il primo tassello di un puzzle immenso e avvincente (chiaramente tutto da accertare): la parte superiore della faccia della Gioconda sarebbe simile a quella di una scimmia, precisamente di uno scimpanzé: «Leonardo ha posto sul capo di Monna Lisa un velo per proiettare le ombre che modificano l’aspetto anatomico. Inoltre, le ha cancellato ciglia e sopracciglia, che altrimenti avrebbero reso poco veritiero il muso della scimmia».

Dove si cela la coda dell’animale? «Ho scomposto il titolo “Gioconda” – risponde Satta -, ottenendo il curioso anagramma “Gioco con la coda”». Come passo successivo, ovviamente, ha tentato di trovarla. E, stando alla sua convinzione (documentata da immagini e dettagli ingranditi al computer), ce l’avrebbe fatta: «Ho ribaltato di 180 gradi la strada che porta alla montagna sullo sfondo, focalizzandomi sulla silhouette di una scimmia con le zampe e la coda». Benfatto, ha esclamato fra sé e sé. Quello – a detta del mercante d’arte in pensione – è il capitolo numero uno del testamento di Leonardo, «che desiderava comunicare un messaggio specifico, cioè che l’uomo e la scimmia hanno un antenato comune».

Se così fosse, il pittore toscano avrebbe anticipato addirittura di trecento anni la teoria evoluzionistica di Darwin, che – nonostante fosse stata diffusa tre secoli dopo – ha suscitato comunque i “mal di pancia” della Chiesa, venendo definita a più riprese “immorale” e “anticristiana”. «Non a caso, Leonardo, essendo terrorizzato di essere condannato a morte sul rogo per eresia, rappresenta tra le righe una testa che brucia, visibile nella stessa montagna già presa in oggetto, e tra le crepe del colore scrive “Sono eretico”».

Leonardo era omosessuale?

L’omosessualità di Leonardo da Vinci non è mai stata appurata, restando sempre nel campo delle leggende metropolitane. Pietro Satta però – con la sua investigazione – ha portato a galla nuovi elementi che confermerebbero «la relazione di Leonardo con il suo discepolo Gian Giacomo Caprotti, detto Salai», per lui quasi come un figlio, poiché gli comprava vestiti e regali segnandone i costi in “agenda”.

Tra le tante minuzie annotate dal 94enne, risaltano due volti individuati all’orizzonte, dietro alla testa della Gioconda: un giovane in corrispondenza della terra e un anziano posto nel cielo: «Si tratta delle facce di Leonardo e del giovane Salai, che si amavano malgrado il pericolo per il crimine di sodomia. Un timore che peraltro avvalorerebbe il disegno della testa in fiamme come in un rogo, impressa sulla tela vicino alla montagna col sentiero». Satta avrebbe così risposto – a modo suo – a una domanda epocale e colossale: “Chi è la Gioconda?”.

La sua tesi è la seguente: «In corso d’opera, Leonardo ha deciso di trasformare la tavola nel suo diario personale, spostando l’attenzione sulla figura dell’uomo che adorava: Salai. E ciò Leonardo lo ha comunicato direttamente tramite le incisioni celate fra le fini spaccature della vernice, in cui ha trascritto pensieri inequivocabili». Satta ha ricalcato le crepe a matita e le ha isolate su un foglio di carta velina trasparente, ordinando in maniera logica i simboli e le lettere intraviste: «Tra le altre cose, sul viso ho trovato la frase “Salaj è Lisa, sì io l’amo” e ancora “Salai ha posato”…». Un lavoro da certosino, insomma, di cui si possono riscontrare i frutti nella sfilza di cartelle e schede catalogate con diligenza.

La sindone di Torino e la Gioconda legate da un ritornello…

“Non telo dico ma tela faccio”. È il ritornello che non dà pace a Pietro Satta: «A mio avviso, dimostra che la Sindone di Torino non può stare nei luoghi religiosi». Sono parole forti, quelle del 94enne piacentino. La sua convinzione sorge dal modus operandi che ha impiegato per la maggior parte delle altre «scoperte artistiche»: la lettura ravvicinata delle crepe sulla superficie pittorica e dei «segni artificiali che formano simboli e lettere».

Satta spiega che per settantanove volte, sia sulla Gioconda che sulla Sindone, ha ravvisato l’espressione “Non telo dico ma tela faccio”. «Oltreché a configurare Leonardo come l’unico autore di entrambe le opere, questa frase appura che la Sindone non è sacra. La prima metà “Non telo” infatti nega che si tratti del telo usato per avvolgere la salma di Gesù nel sepolcro, mentre “tela faccio” è la confessione dell’artista che il tessuto nel Duomo di Torino è in realtà un manufatto. Per esempio, “Non telo dico ma tela faccio” è inciso per quattro volte sulle mani e sugli avambracci del corpo». In alcuni frangenti, Satta parla del pittore toscano come di un amico, tanto da affermare con sicurezza la procedura con cui avrebbe confezionato la Sindone: «Si è avvalso di un ferro arroventato», una tesi già esposta da Vittoria Haziel, autrice nel 1998 del libro “La passione secondo Leonardo”.

Per dovere di cronaca, tuttavia, bisogna ricordare una versione particolarmente accreditata, in seguito agli innumerevoli test scientifici e medico-legali cui il reperto è stato sottoposto: nel 1988, l’esame del carbonio sulla Sindone, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la Sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, che pertanto escluderebbe la veridicità di reliquia ma accantonerebbe anche l’ipotesi della realizzazione del lenzuolo da parte di Leonardo da Vinci (nato nel 1452, quasi un secolo dopo). La supposizione che la Sindone sia stata “partorita” da Leonardo su commissione dei duchi di Savoia per renderla di migliore qualità, non ha mai ottenuto nessun credito dalla comunità scientifica.

Ma Satta non si scompone e ribatte: «Per realizzare la Sindone, Leonardo ha utilizzato un tessuto di lino antico, per renderla più credibile. Sposo anche la teoria del professor Vittorio Pesce – autore del libro “E l’uomo creò la Sindone” – riguardo il metodo di lavorazione del lenzuolo», ovvero il disegno dell’immagine del corpo tramite una fonte di calore in grado di lasciare tracce indelebili sulla tela, grazie al principio di ossidazione e disidratazione delle fibre del tessuto.

Il leitmotiv che lega tutto ciò – “Non telo dico ma tela faccio” – sarebbe contenuto in primis nella Gioconda, riassumendo un mistero affascinante e mai giunto a una svolta decisiva. E in fin dei conti, se la ricostruzione di Satta fosse fondata, la risatina maliziosa e ingannevole accennata dalla Monna Lisa avrebbe ampia ragione di esistere.

Thomas Trenchi

Creatore e gestore di Sportello Quotidiano, blog d'approfondimento sull’attualità piacentina. Collabora con il quotidiano Libertà e l'emittente Telelibertà. Ha realizzato alcuni servizi per il settimanale d'informazione Corriere Padano. Co-fondatore di Gioia Web Radio, la prima emittente liceale a Piacenza. Regista del documentario amatoriale "Avevamo Paura - Memorie di guerra di Bruna Bongiorni”. Co-autore di “#Torre Sindaco - Storia dell’uomo che promise un vulcano a Piacenza” (Papero Editore, 2017), curatore della raccolta “Sportello Quotidiano 2016-2017” (YouPubly, 2018) e autore di "La Pellegrina - Storie dalla casa accoglienza Don Venturini" (Papero Editore, 2018).