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cultura

Piergiorgio Bellocchio: «Piacenza non mi ha dato niente»

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«La famiglia Bellocchio è piacentina per puro caso. Mio padre avrebbe potuto scegliere anche un’altra città. Piacenza era la capitale del Ducato, poi fu defenestrato Pier Luigi Farnese e diventammo i figli della serva. I parmigiani sono più vivaci, brillanti, vanagloriosi. Il piacentino è più contadino, equilibrato e avaro».

Lo scrittore e critico letterario Piergiorgio Bellocchio ha parlato con franchezza del suo rapporto con il territorio piacentino, intervistato qualche giorno fa dal giornalista Gianmarco Aimi sul sito online Linkiesta.

 

Non pensa che Piacenza le abbia dato qualcosa?
«Niente. I “Quaderni piacentini” decisi di chiamarli così per modestia, ma vendevano di più a Rimini che a Piacenza. No, nulla. Senza rancore».

 

Classe 1931, Piergiorgio Bellocchio (fratello del noto regista Marco) ha fondato la rivista culturale “Quaderni piacentini” nel 1962, ha diretto la casa editrice Gulliver di Milano dal 1977 al 1980 e – fra le tante altre cose – è stato il primo direttore responsabile di Lotta continua.

Nella chiacchierata pubblicata su Linkiesta, il piacentino si è lasciato andare a più di una confessione: «La grande bellezza di Paolo Sorrentino? L’ho visto ma è di una noia pazzesca, mi ha stufato. In sala sospiravo: se finisse… devo ammettere che oggi li trovo tutti un po’ troppo lunghi. Mancano i diritti dello spettatore a essere intrattenuto». E su Walter Veltroni è stato ancora più netto: «Dovrebbe lasciar perdere la politica e il cinema».

Bellocchio non ha risparmiato neppure il celebre saggista Alessandro Baricco: «Ho tentato di leggere un paio di suoi libri, Novecento e Oceano mare, non sono riuscito a finirli. Però devo ammetterlo, dopo Paolo Volponi ho perso interesse verso la letteratura. Sto leggendo La vita dispari di Paolo Colagrande, che è un amico di talento. Su questo genere Ermanno Cavazzoni mi diverte. Ma la narrativa mi ha stancato da decenni. Ho dato la preferenza a memorialistica e diaristica».

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