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curiosità

Il fiume Po a Piacenza: da nucleo di vita sociale a ricettacolo di incuria

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6 minuti di lettura

L’articolo di Edoardo Pivoni per SportelloQuotidiano.com. 


Recentemente mi è capitato di leggere su internet una vivace storiella anonima di ricordi di vita dell’Oltrepò, sull’argine tra Santo Stefano Lodigiano e Caselle Landi, delle adolescenze del secondo dopoguerra. Il racconto si conclude con una frase: “Adesso di gente che vive sul Po ce n’è poca, sono i vecchi che hanno mantenuto alcune di queste abitudini e la memoria e la nostalgia. I posti sono cambiati, non dicono più niente perché non si vivono più in questo modo.” Mi ha ispirato, in questa afosa estate, un articolo sul nostro grande fiume, Padus per gli antichi latini, fiume temuto e rispettato, il più lungo d’Italia coi suoi 652 km. 

Dov’è finita la “presenza” del fiume Po?

“I posti sono cambiati”, il fiume Po a Piacenza non si avverte o quasi più come presenza. Ci sono città che non hanno rinunciato alle bellezze del grande fiume, vi hanno investito denaro e progetti per non abbandonarlo completamente quando questo non aveva più senso per i commerci scomparsi, la vita fluviale esaurita e l’inquinamento delle acque. La città di Piacenza si può dire, invece, di sì, che vi abbia rinunciato. Forse non deliberatamente o coscientemente, ma l’ha fatto.

Certo, ci sono ancora eventi sul fiume, ricordo da bambino alcune gare di motonautica davanti alla società canottieri Vittorino da Feltre, il famoso ristorante galleggiante sul Po, perfino ripreso dal film non abbastanza famoso “Belle al bar” del 1994 di Alessandro Benvenuti, e poi le gite fluviali organizzate verso l’Isola Serafini, le regate delle società da Feltre e Nino Bixio, poche cose però e sempre più rare.

Bisogna tornare con la memoria storica al secolo scorso, a quando il Po era nucleo di vita locale e importante sbocco e “sfogo” per i piacentini. Era anche fonte di numerosi problemi, non c’erano le conoscenze e le tecnologie idrauliche per creare argini tanto forti da reggere alle esondazioni ed alluvioni. Ricordo ancora la foto di inizio Novecento di via X Giugno completamente sommersa dall’acqua e la gente che si aggirava in barca tra le vie.

Il fiume era sentito anche come pericolo reale, come insegnava l’agiografia di San Savino che si diceva avesse ammonito il Po di risparmiare la città dallo straripamento. Il mio bisnonno, Riccardo Bertarelli, vigile del fuoco soprannominato “Maciste”, salvò vite dall’annegamento in quegli anni e venne riportato dalla cronaca locale, ma i morti erano comunque sempre tanti ogni anno, perché non c’erano le informazioni e il controllo di oggi.

Nelle acque del Po il bagno si è sempre fatto. Nei tempi antichi per necessità, a metà Ottocento i primi rudimentali bagni natanti lasciarono il posto a veri e propri stabilimenti balneari in punti della pianura, e a cavallo fra gli anni Venti e Sessanta quando si sviluppò meglio e si consolidò il turismo balneare, il fiume diventò per migliaia di piacentini il “mare dei poveri”, e anche nei periodi di maggiore rischio quando la qualità dell’acqua, a causa dell’inquinamento, iniziò a peggiorare.

Ancora negli anni ‘50, la sponda del Po ad esempio sull’isolotto Maggi era affollatissima di gente in certe fotografie d’archivio, in costume da bagno, ombrelloni piantati, boe e barche a remi. Soprattutto alla domenica, da maggio a settembre, le spiagge del Po erano sempre piene di gente che arrivava dalle città vicine e le considerava come la propria “riviera”. Pure gli operai di Milano venivano a passare le ferie proprio qui, qualcosa che oggi apparirebbe come incredibile e “sciocco”. Queste rive un tempo erano fiorenti e non passarono inosservate neanche agli occhi del fascismo, che utilizzò il successo balneare del grande fiume per operazioni propagandistiche e sportive come la famosa “Traversata del Po”.

Quanti nonni e bisnonni, da piccoli, sono stati mandati dal medico a frequentare le “colonie padane”? Si riteneva addirittura che l’aria e la sabbia di fiume fossero migliori dal punto di vista terapeutico di quelle del mare. A parte la linea ferroviaria per Bettola, non esistevano modi veloci per la popolazione dell’epoca di raggiungere i fiumi degli Appennini senza fare viaggi molto lunghi, pure con le corriere. Non c’era la cultura di questi ultimi decenni di tuffarsi in Nure, Arda o Trebbia, erano luoghi lontani per la gente di pianura e molto più impervi, non era dunque economico e non aveva senso, avendo a portata i torrenti, i rivi e il Po stessi.

Ma il mondo stava cambiando, una nuova rivoluzione industriale stava cambiando lo stile di vita degli italiani per sempre e le amministrazioni comunali favorirono uno sviluppo indiscriminato fuori dalle antiche Mura farnesiane, le campagne a sud vennero inglobate in nuove periferie che attirarono emigranti dalle Valli e dal Meridione, spesso bisognosi di case e nuove prospettive, si diffondevano i supermercati, la tv, le automobili su vasta scala e i primi rifiuti, le generazioni cambiarono col boom economico e col consumismo, che favorirono maggiore ricchezza e più alti tenori di vita, ma peggiorarono irrimediabilmente la sostenibilità ambientale della nostra zona.

L’epoca in cui si può individuare la fine della vita balneare sul Po è intorno alla fine degli anni ‘60, quando l’inquinamento fluviale già impediva a tanta gente di ritornarci come un tempo. Poi l’ampliamento delle industrie vicino alla centrale termoelettrica e alla stazione, la nascita del “culto del mare” e delle vacanze tanto pubblicizzate nei film in bianco e nero di quel tempo fecero perdere interesse nel grande fiume che “non serviva più a niente”, né a navigare né a lavarsi né a pescare.

Nel 1973 un atto di separazione fondamentale di Piacenza dal suo Po: il prolungamento dell’imponente e sopraelevata autostrada A21 tra l’antico confine murario, la stazione e il fiume, sopra la società Vittorino. Il Po ormai era inquinatissimo e le spiagge affollate erano sparite, erano rimasti appunto i “vecchi” che avevano vissuto quella variopinta umanità sul grande fiume, ormai divenuto purtroppo sinonimo di “fogna” a cielo aperto.

«Gli stranieri sanno cogliere la bellezza del luogo»

I giovani degli anni ‘70 e soprattutto anni ‘80 andarono nei fiumi di collina, riscoprendoli, divenuti molto più popolari decenni dopo e, in molti casi, persero comunque interesse verso un turismo fluviale, preferendo di gran lunga l’alta montagna o le coste marine.

Oggi il grande fiume è poco valutato dai piacentini, periodicamente si tentano festival ed eventi che finiscono presto, mentre lo frequentano perlopiù stranieri che sanno forse cogliere ancora la bellezza del luogo, ma non hanno gli strumenti culturali per rispettarlo, vedendo la cronaca recente di degrado e incuria proprio sotto il ponte stradale.

Edoardo Pivoni